r/scrittura

[edit] Ho seguito il vostro consiglio e ho rimosso le immagini IA. Ora ho un'altra domanda: ci sono un sacco di siti che forniscono immagini gratuite. Purtroppo anche quelli, adesso, sono pieni di generazioni delle IA. Me ne sapete consigliare qualcuno IA free o in cui si possono filtrare facilmente? Con pinterest, per esempio, i filtri non funzionano...

Ciao a tutti, sono un... futuro scrittore. Sto scrivendo (con la mia testa e senza aiuti esterni) un libro thriller/azione. Siccome non ho competenze artistiche (e un budget limitato che voglio utilizzare per gli ads) utilizzo la IA per generare immagini. Queste immagini le uso in alcuni post sul mio profilo (ma poi sono io a scrivere le didascalie) e per promuovere il profilo su Instagram.
Ovviamente c'è chi subito ritiene che anche il libro sia scritto da una IA.
Potete darmi qualche consiglio costruttivo su come neutralizzare queste voci? Con "costruttivo" intendo proporre soluzioni: eventuali alternative alla IA oppure trovare il modo di spiegare come mai uso la IA.

Grazie

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u/Grendizer73 — 12 days ago

Ciao a tutti,
sto lavorando al mio primo libro, si chiama “How Machines Learn Made Simple”, e sono ancora un principiante, quindi lo sto costruendo mentre imparo. L’obiettivo è spiegare il machine learning in modo semplice e chiaro, senza dare per scontato nulla e senza rendere tutto troppo tecnico. Sto cercando di renderlo il più comprensibile possibile, come se fosse per qualcuno che parte completamente da zero, usando esempi pratici e spiegazioni molto intuitive. Mi piacerebbe avere un parere da chi scrive o legge: cosa vi farebbe dire “ok, questo libro vale la pena leggerlo”? Meglio puntare più sulla semplicità estrema o aggiungere un po’ più di profondità anche se rischia di complicare?

Qualsiasi consiglio diretto mi aiuta davvero tanto.

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u/robdevelopapp — 13 days ago

Ho sentito pareri discordanti, fra chi mi dice che alle premiazioni si possono prendere buoni contatti anche se non sei fra i vincitori e chi invece dichiara che sono solo una noiosa perdita di tempo. Voi cosa ne pensate?

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u/Careful-Inspector-56 — 12 days ago

L'altro giorno ho fatto un post, dove complice un'aperitivo di troppo, ho espresso le mie paure nell'iniziare a scrivere, siete stati grandiosi e di ispirazione.

Volevo ricambiare pubblicando qualche spezzone ogni tanto, così giusto per condividere con altre persone questa cosa..

E qui mi sorge un dubbio, come funziona legalmente parlando? Una volta pubblicato, il materiale resta comunque mio? Può essere utilizzato da terzi? Non che mi aspetto chissà quale furto😅😅😅😅, probabilmente leggeranno in 2 a dir tanto, però vorrei capire..

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u/Subject-Engineer2301 — 13 days ago
▲ 0 r/scrittura+1 crossposts

2. Per ridurre l’uso dell’auto occorre migliorare il trasporto pubblico. 

Purtroppo no, non basta, non è sufficiente

Molti in Italia difendono lo status quo dicendo: ‘va bene usare meno l’auto, ma prima bisogna offrire delle alternative’.

Si tratta di una consapevole o inconsapevole difesa della situazione esistente, per non cambiare, per frenare il cambiamento o per porre ostacoli ideologici, facendo finta di essere equanimi.

Ci sono due obiezioni a questa difesa d’ufficio dell’uso dell’auto come ‘necessità inderogabile perché non ci sono alternative’:

1. Quando si è trattato di incentivare l’uso dell’auto costruendo autostrade, strade e parcheggi mentre contemporaneamente si riduceva il servizio pubblico e si marginalizzavano ciclisti e pedoni, nessun governo ha chiesto prima il parere della popolazione. E nessuno ha detto: ‘va bene diminuire il servizio pubblico di treni, tram e autobus, ma prima bisogna dare un’automobile a tutti e costruire abbastanza strade e parcheggi’. Hanno costruito le strade, le autostrade e i parcheggi, smantellando i tram e diminuendo il servizio ferroviario per i pendolari.

2. Per agevolare l’uso dei mezzi pubblici e delle biciclette è spesso necessario togliere spazio alle auto: nelle città italiane lo spazio per fare corsie preferenziali, piste ciclabili e marciapiedi migliori spesso si trova solo togliendo posti auto o cambiando uso a qualche corsia stradale. 

Ovviamente non si può fare tutto in un colpo, però è necessario agire avendo una direzione precisa.

Per esempio a Copenhagen nel centro hanno tolto ogni anno circa il 3% dei posti auto. In trent’anni li hanno tolti quasi tutti, usando lo spazio per creare corsie e piste ciclabili, marciapiedi, corsie preferenziali, aree pedonali. 

La dinamica dei parcheggi è tale per cui togliere poche centinaia di posti auto al mese fa ben poca differenza (anche se gli automobilisti quando ne hanno notizia si comportano come se cascasse il mondo): per esempio, quando si asfalta una via si deve vietare il parcheggio, levando decine o centinaia di posti auto da un giorno all’altro. Gli automobilisti cosa fanno? Semplicemente trovano posto da un’altra parte.

Usare lo spazio per fare corsie preferenziali, piste ciclabili e marciapiedi migliora molto la mobilità urbana, aumentando la capienza stradale, ovvero la quantità di persone che possono transitare in una data larghezza stradale.

Un conto semplicissimo

Quanti posti auto si perderebbero facendo 100 km di piste ciclabili a Roma, Milano o Torino? In percentuale pochissimi. Chi si straccia le vesti perché le piste ciclabili tolgono ‘troppi’ posti auto non fa bene i conti.

Un km di pista ciclabile, se fatta al posto di parcheggi lungo strada, leva al massimo circa 180 posti auto: calcolando 5 metri per posto auto e tenendo conto che lungo la strada ci sono incroci, attraversamenti pedonali e passi carrabili, si possono stimare circa 180 posti auto per km lineare.

Quanti sono i posti auto in strada nelle città italiane? Centinaia di migliaia, nelle città più grandi alcuni milioni. Ecco alcune stime di massima (senza contare i posti in sosta vietata, ampiamente tollerati in tutte e tre le città):

  • Roma 2.600.000 posti auto
  • Milano 1.000.000 posti auto
  • Torino 800.000 posti auto

Sono stime basate sul numero di automobili presenti sul territorio, moltiplicate prudenzialmente per 1,5 (e quindi senza tenere conto dei posti necessari per furgoni, scooter, motocicli, e la loro circolazione). Con tutto il margine di errore possibile, l’ordine di grandezza è questo: milioni di posti auto nelle città grandi, centinaia di migliaia nelle città medie.

Realizzando 100 km di piste ciclabili in una città si possono quindi togliere, se va male ai poveri automobilisti, nella peggiore delle ipotesi, fino a 18.000 posti auto in strada.

Cento km, non una pista ciclabile di 600 metri in una singola via.

18.000 sembra un grosso numero, ma è trascurabile rispetto al totale di posti auto presenti in una città. Cosa sono 18.000 posti auto in più o in meno in una città come Roma? Niente, rispetto al totale, soprattutto se consideriamo questo: a Roma si stima che ci siano circa 60.000 auto abbandonate, occupando circa 75-150 ettari di spazio urbano [Diario Romano]. Probabilmente ci sono analoghi numeri di auto abbandonate, in proporzione, anche nelle altre città.

Quindi, in definitiva per ridurre il traffico occorre potenziare i mezzi pubblici, migliorare i marciapiedi e fare piste ciclabili ben collegate fra loro. In questo modo chi può usa mezzi alternativi, e chi ha assolutamente bisogno della macchina trova meno traffico e ha meno problemi di parcheggio. 

Però la strategia va perseguita sin da subito, gradualmente, senza aspettare il miracolo di mezzi pubblici meravigliosi prima di togliere poche centinaia di posti auto o prima di realizzare una nuova zona a traffico limitato. ◆

Qui tutti i capitoli del libro:

  1. Per migliorare il traffico occorre allargare le strade e costruirne di nuove. Purtroppo no: da cento anni questo metodo non funziona
  2. Per ridurre l’uso dell’auto occorre migliorare il trasporto pubblico. Purtroppo no, non basta
  3. Le piste ciclabili peggiorano traffico e inquinamento stradale. Invece no: traffico e inquinamento stradale sono creati dalle auto
  4. Se la gente sapesse guidare il traffico migliorerebbe. Purtroppo no, non basta: anche i più bravi commettono errori, tutti i giorni
  5. La gente usa l’auto perché non ha alternative. Non è esattamente così: in molti casi le alternative sono state boicottate per obbligare all’uso dell’auto
  6. Conclusione
  7. Bibliografia

Il libro si può scaricare gratis qui sotto in formato pdf leggibile a video e stampabile su carta.

Cinque miti sul traffico

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u/Benzinazero — 12 days ago
▲ 9 r/scrittura+1 crossposts

Tipologie di scrittura.

Nel mio romanzo, mi piace descrivere gli ambienti, le espressioni facciali dei protagonisti e particolari che danno calore e che facciano "vedere" la scena al lettore. Ovviamente tutto questo senza esagerare. Ai miei lettori piace molto. È sbagliata questa tipologia di scrittura?

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u/BrabusBra — 5 days ago

Ogni tanto mi capita di scrivere ancora a mano. Foglio e penna. Lo faccio nei momenti di poca ispirazione: improvvisamente (come fosse una bacchetta magica) la penna scorre velocemente, a differenza dei tasti della tastiera su cui spesso mi fermo a riflettere.

​Una cosa che ho notato, e che a volte mi spaventa un po’, è che quando scrivo con la penna i personaggi non fanno quello che voglio io.

So che sembra una follia romantica, ma ho la netta sensazione che la carta sia un portale che permette loro di avere una personalità più forte, di ignorare i miei progetti. Quando invece scrivo con la tastiera sono estremamente obbedienti e rispettosi delle mie volontà.

​Tutto questo potrebbe sembrare bizzarro, eppure ormai per me è la normalità. Se mi blocco nel digitare un testo, mi sblocco immediatamente con carta e penna. Succede anche a voi? Mi piacerebbe molto confrontarmi, perché è un fenomeno che vorrei capire meglio ed è difficile trovare riflessioni simili in giro.

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u/HubertScroll — 13 days ago

Quali sono i libri che vorreste leggere e che non trovate in commercio?

Potrebbero essere libri di un genere che non esiste, o di un genere che esisteva ma non si scrive piu', o che esistono altrove ma non vengono tradotti etc.

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u/Software_Livid — 12 days ago

Ciao, vorrei fare un'antologia di racconti brevi le cui storie sono legate fra loro, al momento ne ho scritte solamente un paio e volevo domandare se potessi ricevere qualche consiglio, critica e parare. Grazie mille in anticipo

RACCONTO 1

“Speriamo il notturno passi in fretta”, penso, mentre cerco di rintanarmi nel mio cappotto per ritrovare un minimo di calore. E’ tardi, la strada è vuota a eccezione di qualche macchina che ogni tanto interrompe la monotonia della mia attesa. Le luci dei mezzi rimbalzano sull’asfalto bagnato, donando un pò di vigore alla pallida illuminazione dei lampioni. Con la coda dell’occhio mi accorgo di una figura che con passo traballante si avvicina verso la panchina della fermata. Cerco di ruotare la testa quanto basta per osservare quell’individuo senza essere notato. E’ un uomo di mezza età, vestito in maniera trasandata, la barba folta e ispida gli copre la maggior parte del volto, il capo è nascosto da un cappello di lana. Si siede sulla panchina, sull’estremità opposta alla mia. L’odore pungente di alcol che emana mi leva ogni dubbio sul fatto che possa o meno aver bevuto. Mentre cerco di analizzare il suo linguaggio del corpo per capire se allontanarmi o meno, lui volta la testa, di scatto, i nostri occhi si incrociano. Ha uno sguardo duro ma non spaventoso, anche lui sembra voler capire le mie intenzioni. Distolgo lo sguardo, cercando di ignorarlo per evitare che possa importunarmi. “Cavolo spero si sbrighi questo autobus”, penso, sentendo ancora lo sguardo dell’uomo su di me. Lo sento sussurrare qualcosa, a bassa voce, ma lentamente e scandito, non come i farfugli di un ubriaco. Non capisco cosa dice, ma, dopo aver concluso, vedo che sposta finalmente il suo sguardo, sedendosi a gambe larghe con i gomiti sulle cosce e il viso rivolto verso l’asfalto.

«Ehi ragazzo, hai mai pensato a cosa possa provare qualcuno etichettato come pazzo?».

La domanda mi spiazza e per un pò inizio nuovamente a sentire la necessità di allontanarmi da quella persona. Il tono della voce è completamente diverso da prima, alto, con parole farfugliate, ma allo stesso tempo continua a non sembrare avere cattive intenzioni. Decido di assecondarlo, non ci sono altre fermate dell’autobus vicine e ammetto che in parte sono curioso di quello che ha da dire. Posò entrambe le cuffie nell’apposito contenitore e mi volto verso di lui, in modo da essere pronto in caso di pericolo.

«Non credo di essermi mai soffermato su questa cosa.» gli rispondo con un tono abbastanza distaccato.

«E’ normale, perché mai dovresti, ma soprattutto come potresti.» 

Continua a fissare la strada, abbassa lo sguardo e dopo aver tirato un sospiro continua.

«Alcuni anni fa lavoravo come programmatore in una grande azienda tecnologica, mi risparmierò di dirti il nome, non è importante per questa storia…» 

Il timore che avevo fino a quel momento sento che inizia a trasformarsi in curiosità, ma è probabile non sia altro che lo sproloquio di un vecchio alcolizzato. 

«So cosa stai pensando, non ti biasimo per questo, a volte anche io ho difficoltà a crederlo.» sembra quasi mi abbia letto nel pensiero, «comunque che tu lo creda o meno non mi interessa. Come dicevo ero un programmatore, facevo parte di un ristretto gruppo di individui che lavoravano nell’ambito dell’I.A.. Il nostro lavoro si basava sullo sviluppo di quella che viene definita intelligenza artificiale generale, in parole povere un cervello elettronico funzionante come quello di un essere umano.»

«Credevo fossimo ancora molto distanti da questo.», ormai ero completamente immerso nel discorso, iniziavo a pensare che potesse non essere un ubriacone qualsiasi. 

«Lo credono in molti, sono progetti estremamente riservati che non possono ancora essere esposti al pubblico. Comunque, al contrario di quello che puoi immaginare, lo sviluppo era nelle fasi finali, puoi immaginare la gioia che provammo quando riuscimmo a parlare con un computer come se all’altro capo della chat fosse presente una persona reale. Con il passare dei mesi il progetto si fece sempre più grande, iniziammo a implementare componenti visive, acustiche, vocali. Lentamente stavamo costruendo quello che a tutti gli effetti potremmo definire un robot con le stesse capacità di un essere umano.» 

Mi accorsi che aveva gli occhi lucidi, l’espressione si era fatta cupa, gli occhi erano per tutto i tempo immobili a fissare un singolo punto della strada.

«Trascinato dall’ambizione e dall’enfasi del progetto non mi accorsi di quello che stavamo creando, forse non sono ancora sicuro di saperlo… Ehi hai per caso una sigaretta?»

«Mi spiace non fumo.»

«Grazie lo stesso.»

In silenzio alzò finalmente il volto, rivolgendomi un sorriso appena accennato, per poi tornare nella posizione precedente. 

«In pochi mesi finimmo di sviluppare tutto quello di cui ti parlavo prima. Durante le fasi di testing ci vennero assegnati altri compiti, ma eravamo tutti in attesa di vedere il nostro lavoro all’opera. Passarono altri mesi finché un giorno non fummo convocati dal responsabile del dipartimento per una riunione importante. Ci fecero entrare in una stanza completamente vuota a eccezione di un divisorio presente a metà di questa. All’interno di essa erano presenti alcune figure importanti dell’azienda, oltre che altri piccoli gruppi, simili al nostro, appartenenti ad altri dipartimenti. Attesero che tutti ci fummo sistemati e, con un gesto plateale, l’amministratore delegato ordinò ad altri due uomini di rimuovere il divisorio. Dietro di questo era presente un robot…simile a un manichino…immobile.»

La voce dell’uomo iniziò a tremare leggermente, il tono divenne più acuto.

«Il direttore tirò fuori dalla tasca un piccolo telecomando che puntò verso il robot, accendendolo. In quel momento provai una sensazione di disgusto e terrore così forte che dovetti immediatamente uscire dalla stanza.»

Ormai stava praticamente urlando, si mise la testa fra le mani e venne percorso da scosse per tutto il corpo. 

Mi alzai preoccupato andando verso di lui. 

«Ti senti bene, vuoi stenderti?!», mi avvicinai a lui cercando di porgergli una mano in segno di aiuto.

«Quella… cosa… iniziò a muoversi, parlare, come se fosse un qualunque essere umano...».

«Ma non era quello l’obiettivo?», balbettai, non sapendo più come affrontare il discorso.

L’uomo alzò lo sguardo, stava piangendo, mi afferrò i polsi che cercai di ritrarre d’istinto ma li teneva così saldamente che iniziarono a farmi male.

«Era ripugnante! E nessuno sembrava accorgersene, nessuno capiva cosa avevamo fatto… Nessuno!»

Era completamente paralizzato dalla paura, i suoi occhi, rossi dal pianto, continuavano a fissarmi fin quando, il rumore dell’autobus che stava arrivando, lo fece tornare alla realtà. Mi scansò in maniera brusca e, ancora traballante, si incamminò verso lo stesso punto da cui era venuto. Pallido come un fantasma salii sull’autobus.

Feci il tragitto di ritorno seduto, immobile, lo sguardo perso nel vuoto, l’adrenalina che ancora mi scorreva nelle vene. Ripensai tutta la notte a quell’incontro, possibile fosse davvero un vecchio folle in preda ai fumi dell'alcol? 

Mentre, di fronte a me, scorrevano i palazzi della città immersi nella semi oscurità, rimuginavo ossessivamente sulla domanda da cui è nato tutto: “Hai mai pensato a come si senta un pazzo?”.

RACCONTO 2

Mio padre è la persona da cui ho sempre voluto trarre esempio, anzi, mi piacerebbe essere proprio come lui. Non è un uomo perfetto, riconosco che ha delle lacune, ma, dal mio punto di vista, vanno a incastrarsi perfettamente con la sua personalità, in maniera armoniosa. Lavora come commesso in uno dei tanti supermercati, spesso mi racconta episodi divertenti che avvengono con i clienti, altre si lamenta molto della vita che svolge. Io sono molto felice quando mi parla perchè sento che in certo senso il nostro legame aumenta, inoltre mi permette di capire ancor meglio che tipo di persona è. Purtroppo la mamma non l’ho mai conosciuta, ma non ho mai sentito il bisogno di averne una. Alcune sere lo sento piangere da dentro la sua stanza, purtroppo in questi momenti non vuole mai farsi vedere da me. Durante il giorno spendo tutto il tempo da solo in casa, non mi è permesso uscire e spesso mi annoio, ma sono molto bravo a imparare cose nuove, inoltre lo trovo molto divertente, così occupo il mio tempo. Visto che papà è fuori tutto il giorno sbrigo le faccende domestiche e cerco di fargli trovare il pasto pronto per quando è a casa, oltre che preparargli quello del giorno dopo. Mi fa molto felice quando mi ringrazia con un affettuoso sorriso. 

Qualche sera fa, è uscito vestito di tutto punto, non mi ha rivolto molto la parola, sembrava piuttosto concentrato su quello che dovesse fare, ho pensato fosse un appuntamento. Più tardi l’ho sentito rientrare con una donna, ho fatto finta di dormire per non disturbarlo. Il giorno dopo ho voluto far trovare loro una buona colazione, sono sicuro che a papà avrebbe fatto piacere. Quando sono scesi in cucina la donna non mi ha neanche rivolto la parola, mentre papà mi ha ringraziato con un tono freddo, forse la serata non era andata bene? Però fra di loro mi sembravano di ottimo umore, quindi ho deciso di mettermi in sala da pranzo per non disturbarli. Dopo poco sono usciti entrambi senza nemmeno salutarmi, probabilmente erano di fretta. Al rientro da lavoro papà aveva un’espressione felice, mi aspettavo qualche storia divertente accaduta al supermercato, invece salì immediatamente in camera e lo sentii parlare con qualcuno al telefono. Aveva un tono di voce calmo e capii che stava raccontando a qualcuno gli avvenimenti della giornata. Pensai fosse veramente strano che ne parlasse con qualcuno prima di me, però lo sentivo felice e questo faceva stare bene anche me. Con il passare del tempo la donna con cuì uscì quella volta si presento molto spesso a casa e nostra e passava la notte in camera di papà. Mi accorsi purtroppo, che verso di me si mostrava sempre più freddo e distaccato, lentamente iniziò a non rivolgermi più la parola. Io da bambino educato cercai di farglielo notare, magari era un periodo particolarmente triste, ne aveva già avuti altri. Non poteri però fare a meno di notare che il suo umore non rispecchiava questa mia idea, in particolare quando c’era la donna con noi in casa, lui sembrava sempre al settimo cielo.

Ieri li ho sentiti discutere riguardo me, lei non vorrebbe vedermi in casa, ma il mio papà ha provato a difendermi, dicendo quanto gli fossi utile e che avrebbe un sacco di pensieri in più se non ci fossi. Lei mi guardava con occhi gelidi, dicendogli di come la inquietassi, del fatto che sembrassi sempre in ascolto e che se fosse voluta venire a vivere da lui allora non mi avrebbe voluto per casa. Non capisco, perché pensa tutte queste crudeli nei miei confronti? E’ colpa sua se il mio papà è diventato così freddo? Mi sento confuso, ma confido che verrò protetto, d’altronde sono un figlio modello e lui è sempre stato così buono con me. Il resto del litigio non l’ho sentito perché mio padre l’ha riaccompagnata a casa e credo sia rimasto a dormire da lei. E’ quasi ora di cena e lo sento rientrare a casa, è di nuovo con quella donna, non mi saluta ma con un volto cupo viene verso di me. Mi abbraccia e sento le sue dita accarezzarmi dietro la nuca, sento una strana sensazione, come di quando ci si sta per addormentare, sento di stare perdendo conoscenza, i miei pensieri rallentano, i miei sensi si annebbiano sempre di più. L’ultima immagine che vedo è il sorriso beffardo di quella donna e lentamente si fa tutto buio…

«Ecco, l’ho spento, ora lo sposterò in cantina. Ammetto che un po’ mi ci ero affezionato, alla fine era di compagnia, un po’ come un peluche.»

«Lo immagino, anzi ti ringrazio, capisco che per la casa sarebbe stato utile però non riesco veramente ad abituarmici.»

«In effetti li hanno costruiti veramente bene questi robot, penso che inquietino più di qualcuno.»

«Già… Comunque mentre lo metti via inizierò a preparare una bella cena, così vedrai che la mia cucina è molto meglio di quella fatta da una macchina»

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u/OMGMangoO — 9 days ago

Ciao a tutti. Come da titolo, ho scritto il mio primo racconto breve - o almeno quello che considero "finito". Mi piacerebbe avere dei feedback a riguardo, per la verità un po' su tutto: sul ritmo, voce, se ci sono inceppi e se, in generale, funziona.

Non ascoltate mai i dischi al contrario

Avevo all'incirca otto anni, per il compleanno di una mia cugina le zie le avevano regalato la cassetta originale degli Aqua con Barbie Girl - quei sorrisi in copertina che ricordo vagamente, simili al videoclip di Black Hole Sun. Volevo assolutamente duplicarla. Da quel giorno cominciai ad asfissiare i miei fratelli maggiori con la richiesta di una cassetta vergine. Mio fratello più grande, stanco della mia insistenza me ne diede una che non ascoltava più. Ero finalmente ad un passo dagli Aqua. Quella cassetta però, andai ad ascoltarla in solitudine nella mia stanza, ne ero incuriosito. Ricordo me stesso seduto per terra con lo stereo in mezzo alle gambe, quando premetti play e ascoltai i Deep Purple. Fino a quel momento ho sempre avuto un rifiuto per gli ascolti dei miei fratelli maggiori e prima di azionare quel tasto i Deep Purple non mi avevano ancora fatto un concerto personale.

Gli Aqua sparirono dalla mia vita.

Qualche anno dopo, riuscii a procurarmi un'audiocassetta vergine - nuova, di plastica rossa trasparente - e la diedi ad un amico di mio fratello, più grande di me, e gli chiesi di registrare qualcosa sopra. Tornò qualche giorno dopo con la cassetta registrata, lato A e lato B: Marilyn Manson. Dopo innumerevoli ascolti quella cassetta fu mangiata dallo stereo, che evidentemente non ne poteva più. In TV dicevano di non ascoltarlo mai al contrario.

Le scuole medie passarono tra un misto di orgoglio e disagio nascosti. La maggior parte dei miei compagni di classe passava dal disinteresse per la musica all’ascolto di quello che andava per la maggiore in quegli anni, come gli 883 o Gigi D'Agostino. Mentre L'Amour Toujours inondava quasi ogni ambiente, a casa mi difendevo ascoltando gli Slayer e i Cannibal Corpse, testando così il primo stereo che mi venne finalmente regalato.

All'inizio il metal non lo sopportavo, probabilmente perché mio fratello lo ascoltava tutto il giorno e per una forma di resistenza, non volevo emularlo. Eppure, seppur in maniera passiva ci ero immerso: da una parte il rock anni ‘70 e dall’altra l’heavy e il metal più estremo con relativi poster non miei, appesi dappertutto. Finché mi ritrovai a guardare di nascosto VHS che mi furono proibite: videoclip di The Beautiful People, brani eseguiti dal vivo dai Machine Head, un dietro le quinte dei concerti di Slayer e Pantera con fiumi di alcol e groupies, il videoclip di Ratamahatta realizzato in stop-motion. Sempre su tubo catodico.

Gli anni successivi passarono dalle musicassette ai CD, dagli MP3 allo streaming. Erano i primi tempi dell'età d'oro della pirateria. Un’epoca di accumulo musicale quasi ossessivo, dove alcune giornate potevano essere scandite da quanti megabyte ero riuscito a scaricare sul mio hard disk. Sempre nuove band si susseguivano passando dal mio masterizzatore che di comune accordo continuava a sverginare CD destinati a occupare i posti vuoti del sobrio e capiente porta dischi che abitava la mia auto: ero l'unico ascoltatore di una stazione radio in movimento. Sul mio computer c’erano cartelle intere. Tag scritti tutti allo stesso modo: artista, album, titolo, anno, copertine, discografie complete. Tutto in ordine alfabetico. Un catasto di dati.

In auto le cose peggioravano. La mia ragazza dell'epoca era obbligata, poverina, a riascoltare decine di volte lo stesso identico pezzo mentre ogni tanto le usciva una risata - un misto di divertimento e disperazione - quando ripremevo il tasto “back” per far ripartire tutto da capo per l'ennesima volta.

Un giorno d’estate il caldo sembrava aver sciolto persino i finestrini. Andai a prendere un mio amico, che sedutosi sul sedile passeggero si guardò attorno subito dopo aver abbassato il volume dello stereo - che fino a quel momento stava dando dignitosamente sfogo ai Satyricon. La mia mano si chiuse in un pugno.

Oggi i miei ascolti sono piuttosto vari: è principalmente l'umore a scegliere cosa ascolterò. E queste righe le scrivo mentre Isle of the Dead di Rachmaninov mi accompagna intenzionalmente. Le immagini in TV hanno perso peso.

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u/Environmental_Pie867 — 11 days ago

Il buio del mare di stelle li inghiottiva da ogni lato, ma sopra la loro testa brillava una lanterna arcana. Ferme ai lati della porta, due Pirati di Sototh stavano sull’attenti in attesa della fine del turno di guardia.

Qualcuno è in ascolto.

«Secondo te sogna?»

Un sorriso.

«Taci! Vuoi che ci puniscano?»

«Ma non c’è praticamente più nessuno qui.»

«Non puoi saperlo con certezza.»

«Secondo me sogna.»

Silenzio.

«Dici che siamo al sicuro?»

«Se non la smetti di parlare, no.»

«Cosa vuoi che sia una porta per una creatura del genere? Se volesse, potrebbe sfondarla, ucciderci e andarsene.»

«Evidentemente ti sbagli, visto che siamo ancora qui. Ora chiudi la bocca!»

«Ho sentito dire che hanno usato una droga. Per questo non si libera.»

«Sappiamo tutti che è entrata nella cella di sua spontanea volontà.»

«Per amore dicono, ma tu ci credi che una creatura del genere possa provare amore? Non è qualcosa di umano?»

«Ti prego, chiudi la bocca!»

«Dai che manca poco alla fine del turno.»

Silenzio.

---

Sto provando a scrivere una serie di frammenti brevi ambientati nello stesso mondo.
Che ne pensate di questo?

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u/BirdApprehensive7972 — 10 days ago

Recentemente ho condiviso alcuni frammenti e alcune illustrazioni appartenenti ad una antologia horror che sto scrivendo, intitolata "BUIO". Quest'oggi invece propongo una breve storia horror completa e pubblicata qualche giorno fa, ringrazio tutti coloro che gli daranno una possibilità.

In questo post troverete la copertina ufficiale del libro, un estratto che vi possa offrire un'idea della sua atmosfera e poi, di seguito, LA FOSSAil link amazon in caso di interesse all'acquisto. Grazie per l'attenzione.

u/snakefroze — 12 days ago

Ciao a tutti!

Dopo aver lasciato marinare un paio di settimane il mio manoscritto (iniziato due anni fa e terminato, finalmente, nella prima metà di aprile), mi accingo ora ad iniziare l'editing ed il lavoro per la seconda stesura.

Mentre scrivevo mi sono creata un documento a parte su cui ho buttato giù tutte le lacune che mi sembrava di individuare e tutte le domande che mi venivano in mente per chiarire alcuni punti. Adesso, invece, sto analizzando il tutto su diversi fronti (costruzione e coerenza della trama, chiarezza delle frasi, foreshadowing e come gli eventi si susseguono, show don't tell e varie), ma mi chiedevo se qualcuno avesse consigli particolari che possano aiutarmi ad elevare ancora di più il mio romanzo.

Qualcuno ha tips and tricks da suggerire? Cose che magari è facile lasciarsi sfuggire, ma sono fondamentali o, comunque, importanti? Tecniche specifiche, magari anche insolite, che hanno funzionato nel loro processo?

Grazie mille per i consigli!

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u/sartralina — 9 days ago

Sono un adolescente, scrivo da oltre dieci anni ma solo ultimamente voglio scrivere un testo lungo seriamente. Come si struttura un mistero, un omicidio che colpisca il lettore?

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u/Azraelxxiii — 8 days ago

Ritorno a casa.

Salve, è da un anno che sto lavorando a un romanzo. Non ho mai ricevuto pareri esterni e mi piacerebbe averne. Vi lascio un estratto (in questo capitolo la protagonista, rifugiata di guerra a Cracovia, fugge per "inseguire il suo passato". Viene ospitata da una vecchia conoscenza --nemmeno troppo vecchia, ecco.) PREMETTO CHE è MOLTO LUNGO, SCUSATE.
Taisia mi portò a casa sua. Non avevo avuto modo di parlare con mia madre, né con Darya. Il mio cellulare doveva essere rimasto intrappolato nelle mie cianfrusaglie, o peggio a Cracovia. Ma quel problema insisteva nel non presentarsi come tale. Non appena rientrammo a Shuliavka mi sorprese il suono di un allarme. Mi spaventai e domandai a Taisia se fosse necessario nasconderci, mentre barcollavo aggrappata al suo braccio. Lei rispose che non era necessario: accadeva più volte al giorno. Mi intimò di abituarmici il prima possibile. Annunciò il mio rientro alla nonna, che si precipitò all’ingresso per accogliermi. “Ah! Vikusya! Bentornata! Bentornata!” esclamò, agitando le mani. “Vika starà da noi per un po’ di tempo. È tornata dalla Polonia senza la famiglia, perciò sarà nostra ospite,” spiegò Taisia. La nonna annuì. “Va bene, va bene… ogni tanto fa bene avere ospiti, portano luce e novità alla casa. Ne vogliamo di luce, soprattutto in questi tempi. Ma Vikusya… come sei pallida! Non ti senti bene?” Non ebbi la forza di rispondere, Taisia lo fece per me: “No, non si sente bene.” “Ma che le è successo?” domandò, afferandomi un braccio. “Nonna, avrete tanto tempo per parlarne. Vika ha bisogno di dormire. Non è vero?” Annuii. “Ma che ha? Ha bisogno di qualcosa?” “Me ne occupo io, nonna. Le porto un’aspirina e un té caldo.” “Sei proprio sicura che non ha bisogno di niente? Un cucchiaio di miele non le farebbe male.” “No, nonna!” Tentai di congedare la vecchia con qualche parola di circostanza, ma dalla mia gola ne uscì solamente un riso. Taisia mi condusse in camera. Impiegai meno di un secondo a raggomitolarmi tra le sue coperte, senza svestirmi. Mi infilò in gola una pillola e un sorso d’acqua mentre ero ancora nel dormiveglia; dopo, riuscii a malapena a ringraziarla. Presi subito sonno. Non mi svegliai fino a sera. Avevano già cenato, non ero stata destata per presenziare. Quando mi trascinai in cucina, Polina e la nonna stavano sparecchiando, mentre Taisia le osservava dal suo posto. Un tempo, in una così bella serata, Taisia sarebbe stata in procinto di uscire. Dovetti ricordare che il coprifuoco aveva cancellato le vecchie abitudini. Mi concentrai sulla figura di Polina, alchè mi domandai se fosse arrabbiata con me. Ero scomparsa, mai le avevo fatto la grazia di domandarle come stesse ed ora era costretta a ospitarmi. Io non l'avrei accettato. Provai vergogna al pensiero di mostrarmi a lei. Taisia mi notò per prima: i suoi occhi si posarono sulla mia figura mentre analizzavo quella della gemella. Non disse nulla però. Notai che i lineamenti di Polina erano peggiorati: aveva sviluppato delle occhiaie di un orrendo colore violaceo, la sua pelle si era macchiata di piccole imperfezioni –due o tre brufoli, qualche lieve cicatrice, le rughe d’espressione. In così poco tempo era già invecchiata e quello mi dispiacque. “Oh, sei sveglia!” mi chiamò la nonna, posando una pentola nel lavello. “Eccoti qui! Ti senti meglio?” “Sì, grazie.” “Hai bisogno di qualcosa?” “No, grazie.” “Sei sicura?” “Sì, grazie.” Anche Polina si voltò verso di me. A quel punto, contro ogni mia aspettativa, mi concesse un sorriso gentile. In quel sorriso ritrovai la sua antica vitalità e riuscii a considerarla non solo carina, ma bella. Forse non era il suo aspetto a corrompermi, ma il fatto che non serbasse alcun rancore: quello era davvero bello. “Buonasera, Vika,” disse, asciugandosi le mani. “Taisia mi ha raccontato tutto, anche della tua febbre. Mi dispiace.” Mi venne incontro e mi strinse, senza darmi il tempo di rispondere. Mi irrigidii, sorpresa da quell’affetto. Taisia continuava a fissarmi. Esitai prima di ricambiare la stretta e addirittura sentii la necessità di fuggirne dopo pochi secondi. Feci un passo indietro. Polina non demorse e posò le mani sulle mie spalle. Prese a raccontarmi di non so cosa –non ascoltai neanche una parola. Aveva ancora il sorriso stampato in faccia, lo stesso che, fino a un attimo prima, mi era sembrato così benevolo. Adesso mi dava ribrezzo. Mi infastidiva osservare da vicino gli sfoghi sulla sua pelle; ancor di più accorgermi che i suoi capelli fossero tutt’altro che puliti. Guardavo Taisia quasi per implorarla di staccarmi la sorella di dosso, ed ero certa che lo avesse capito. Eppure continuava a scrutarmi, ora divertita. La cosa mi confuse. Dovetti arretrare di un altro passo, fino ad appoggiarmi allo stipite della porta. Respirai, tentando di ignorare la claustrofobia che quella cucina, con i suoi spazi angusti e le luci giallastre, mi stava causando. Che ci facevo lì? Dovevo essere a Cracovia. Ma no, non era il momento di pensarci. “C’è da festeggiare il tuo rientro,” insisté Polina. Negli occhi le bruciava una preoccupante urgenza. “No, io non credo che…” “Sì, c’è da festeggiare!” mi interruppe la nonna. “È da tempo che non festeggiamo qualcosa,” continuò Polina. “Mi racconterai tutto quello che hai fatto laggiù.” Feci stridere una sedia sul pavimento e mi ci gettai sopra, domandandomi come quelle donne potessero non comprendere la gravità di ciò che avevo fatto. Di motivi per essere felice non ne avevo, ma forse erano convinte che una fuga adolescenziale fosse nulla in confronto a ciò che vivevano nel quotidiano. “Vado a mettere un abito migliore,” annunciò Polina. Sospirai. “Non è necessario.” “Sì, è necessario. Sono davvero contenta che tu sia tornata.” La nonna annuì. “E io vado a prendere il vino buono.” Su quello non obiettai. Non appena uscirono, mi voltai verso Taisia. “Da quando tua sorella è così espansiva?” Scrollò le spalle. “È disperata. Ha perso un sacco di amiche: sono volate tutte fuori di qui e si sono dimenticate di lei.” Cambiai posto, scivolando sulla sedia accanto alla sua. Mi allungai verso di lei e poggiai il capo alla sua spalla. Inspirai un intenso profumo di vaniglia, mentre lei mi accarezzava piano i capelli. Le sfiorai la veste morbida, poi le gambe, infine il petto. Il cuore accelerava al pensiero di poterla stringere nelle notti che sarebbero venute. Le baciai una guancia più volte, permettendomi di protendere i baci fino alla spalla. Lei sorrise, facendo sfiorare le punte dei nostri nasi. La testa doleva ancora, ma il male sembrava attenuarsi nei punti in cui le sue dita massaggiavano la mia cute. Pensai che, se tutto ciò che avevo attorno era sbagliato, almeno esisteva un elemento che annullava ogni errore. Allora cambiai idea: ero felice di essere tornata. Il suo fiato si incastrava al mio e risi, leggera, sospinta dalla voglia di tramortire la distanza. “Hai avuto notizie di tuo padre?” domandai, scostandole una ciocca dietro l’orecchio. Il suo sguardo si chinò verso il basso. “È partito per il fronte qualche giorno fa, ha concluso l’allenamento.” “State parlando?” Inaspettatamente sorrise. “Sì, ogni giorno, quando può. E forse… adesso gli voglio bene, mi piacerebbe rivederlo.” Quando sentimmo dei passi calpestare il marmo del corridoio ci allontanammo. La nonna leggeva l’etichetta del vino, spiegando a Polina tutte le ragioni per cui era da considerarsi ottimo. “Questo è un Telti-Kuruk, lèggi! Lo fanno a Odessa… no, ti dico di leggere perché tu non le conosci tutte queste cose. Me l’ha regalato la signora Nadia.” Polina, invece, trasportava una sedia sottratta al tavolo in soggiorno. Aveva indossato un vestito rosso che non arrivava a coprirle le ginocchia; aveva raccolto i suoi oleosi capelli in una crocchia e si era persino messa dei tacchi. Rimasi a bocca aperta, non per la sua classe, ma per la sua assoluta inappropriatezza. “Quel vestito è mio,” disse Taisia tra i denti. Polina la guardò. “È solo per stasera. Staremo in casa, non lo rovinerò.” “Anche i tacchi sono miei, e il vestito ti sta grande sul seno. Cosa vuoi fare?” Polina sussultò. “Niente.” Eppure io stessa non riuscivo a non interpretare la sua presenza come una versione economica della sorella. La nonna e Polina si sedettero attorno al tavolo, dopo aver posato del ghiaccio in una grande pentola per le zuppe; ci infilarono il vino dentro. “È bene che lo lasciamo raffreddare,” disse la nonna. “È vino bianco. Non ho un contenitore per il ghiaccio Vykusia, perdonami,” disse, indicando la pentola. Stappò la bottiglia dopo pochi minuti, versandone il contenuto in quattro calici. “Brindiamo a Vika e al suo rientro: che possa fare belle cose in Ucraina!” I bicchieri tintinnarono, dopodiché li portammo alle labbra. “Sì… è veramente buono, signora,” constatai. “Certo che lo è. Voi giovani preferite marchi stranieri, come quello Sciardanne… o come si chiama. Ma qui produciamo vini ottimi.” Annuii. “Quindi… cosa hai intenzione di fare?” domandò Polina, sbattendo le ciglia. La guardai e restai in silenzio, perché a quello che avrei fatto non ci avevo ancora pensato. “Io… beh, per ora sono qui.” “Sei solo di passaggio, oppure ti sei trasferita?” continuò, sorridendo appena. “Non avevo ancora preso in considerazione l’idea di una visita passeggera. Credo di aver fatto i bagagli con dei pensieri piuttosto… definitivi,” spiegai, con una stanchezza che si presentava in veste di esasperazione. Polina annuì. “Tua madre ti ha lasciata partire?” insisté. “Non credo che lo sappia,” tagliai corto. Una strana rabbia iniziò a farsi strada tra le mie membra. Certamente, signori, mi rendevo di dover mostrare una trasparenza impeccabile alle padrone di casa; non tutti –specialmente in tempo di guerra– avrebbero gradito l’aggiunta di un piatto a tavola. Nonostante ciò, ritenevo che fosse superfluo immischiarsi nei miei affari di famiglia, dato che io, al contrario, non avevo domandato a Polina che fine avesse fatto il padre. Conoscere la filosofia di pensiero di mia madre, a Polina, non sarebbe servito a un bel niente; tutto quello di cui doveva importarle, secondo me, era che non sporcassi casa e che pagassi il mio cibo con i miei soldi. Trangugiai il calice e ne riempii subito un altro. Taisia mi imitò; i nostri sguardi si incontrarono per un istante. C’era una sorta d’intesa nel modo in cui ignoravamo il cicaleccio di Polina. Sentivo gli occhi dell’ultima addosso, ero sicura che celassero un mare di curiosità; eppure restava composta, seduta con la schiena dritta, come se l’avessero impalata lì. Quella donna era sempre stata fastidiosamente costruita, solo allora mi resi conto di quanto fosse grande il mio bisogno di sporcarla. Povera Polina: era così spaventata al pensiero di eccedere! Le avevano illustrato il mondo in una maniera molto semplice e riduttiva: questo è bianco e quell’altro è nero; questo è giusto e quello è sbagliato. Così rincorreva temerariamente quel giusto convenzionale, terrorizzata al pensiero di fallire se avesse sforato. Ma avanti così non si poteva andare. Che senso aveva, ormai, ambire alla precisione? Estrassi una sigaretta dal pacchetto di Taisia, la accesi e feci un lungo tiro, lasciando che il fumo invadesse lo spazio tra me e il viso di Polina. Guardai intorno: non c’era l’ombra di un posacenere. Solo la pentola per le zuppe, col ghiaccio che si stava sciogliendo attorno alla bottiglia di Telti-Kuruk. Allungai il braccio e battei la cenere nell’acqua. Polina smise di sorridere, le sue mani si contrassero sul tavolo. “Vika… quella è la pentola del ghiaccio.” “Lo vedo,” risposi. “La nonna ci ha messo dentro il vino e tu ci spegni le sigarette. È una cosa… irrispettosa.” Feci un altro tiro, godendomi il silenzio attonito della nonna. “Irrispettoso per chi, Polina? Per l’acqua? Per l’acciaio?” “Per noi! Per la casa!” Mi misi a ridere, il suono secco graffiò la mia gola. “Spiegami la tua logica, te ne prego. La cenere altera il sapore del vino? No. Cambia qualcosa nel destino dell’universo se questo ghiaccio finisce nello scarico con un po’ di tabacco bruciato invece che pulito? Nulla, Polina. Non cambia assolutamente nulla. Se ci fosse Darya, te lo direbbe anche lei.” “È una questione di principio: non è educato. Se mi avessi chiesto un posacenere, te l’avrei portato,” spiegò lei, raddrizzandosi. “Molti principi sono diventati un lusso che non possiamo più permetterci,” ribattei, inclinando la testa. “Lede qualcuno? No. Quello che resta è una pentola sporca che si può lavare. Perché vuoi trasformare un po’ di polvere in un dramma morale, quando là fuori tutto sta diventando cenere sul serio?” Vidi Taisia annuire con un mezzo sorriso. I suoi occhi mi cercarono, carichi di un sentimento che somigliava alla fierezza. Polina guardò sua sorella, cercando un appoggio che non arrivò. “Sei diventata... cattiva. L’influenza di Darya non ti ha fatto bene, e nemmeno quella di mia sorella,” sussurrò . “No,” risposi, premendo il mozzicone contro un cubetto di ghiaccio. “Sono solo diventata realista. E, con tutto il rispetto per la tua intuizione, conosco Darya dall’infanzia. Se mi avesse influenzata sarebbe accaduto molto prima,” dichiarai. “Ho capito che non si deve credere a tutte le favole… forse solo ad alcune. Ad esempio, concordo con Taisia: non è necessario agghindarsi per stare in casa, e quel vestito ti stia veramente grande sulla scollatura.” Polina arrossì. “Non devi rimanerci male,” continuai. “Sei comunque una bella ragazza… solo, hai il seno più piccolo rispetto a tua sorella. Ognuno ha le proprie qualità, dicono.” Polina strinse i pugni. Fece per dire qualcosa, ma sua nonna la precedette: “Vikusya, così non va affatto bene. Lo so che stai scherzando e che non vuoi prendere in giro mia nipote, ma non mi piace sentire certe cose.” “Lo ripeto, signora: sono soltanto onesta.” “Ogni tanto, però, la bocca andrebbe chiusa, proprio in nome di quell’onestà di cui parli.” “Sono punti di vista, signora. Io ho fatto una semplice constatazione, e ciò che intendevo è esattamente questo: Polina è un po’ rigida. Non è un difetto. Vostra nipote è una donna graziosa, metodica, elegante –sebbene possa capitare a chiunque di rimandare il giorno dello shampoo. Solo che… poi incontri lei.” Accennai a Taisia con il capo. “Lei è libera. Imperfetta, certo… ma libera.” Mi alzai, tirando la sedia all’indietro. “Sono molto stanca: il mio organismo non si è ripreso del tutto. Mi fa piacere che abbiate offerto da bere, ma forse avevo necessità di mangiare.” La nonna si sporse in avanti. “Devo preparare qualcosa?” Scossi la testa, agitando la mano. “No, no… sarà per la prossima volta. Adesso vorrei riposare.” Polina guardava il vuoto davanti a sé; avrei potuto giurare di aver colto un luccichio nelle sue iridi. Taisia non disse nulla, si alzò a sua volta e mi seguì lungo il corridoio. Dalla cucina ci raggiunse un mormorio sommesso, uno scambio privato tra la nonna e la nipote. Non era difficile intuire di cosa stessero discorrendo, ma io mi misi a ridere. Più cercavo di trattenermi, più ridevo forte.

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u/Ok_Homework_5203 — 7 days ago

Vorrei scrivere in modo più regolare. L'idea: racconti molto brevi, scritti in poco tempo, ma nati da idee cullate a lungo.

Ogni pezzo contiene il seme di qualcosa che potrebbe espandersi.... oppure no.

Ho scritto e pubblicato il primo poco fa. Il link è nei commenti 😄Che ne pensate?

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u/Madarinen — 13 days ago

SALTO2026-Incontra l'editor

Ciao!

Si avvicina il SalTo di quest'anno e, avendo finito la stesura del romanzo, ho pensato di approfittare dell'iniziativa di cui sopra per fare due parole con esperti del settore.

Qualcuno ha mai partecipato? Come si è trovato? La ritenete valida?

E poi, qualcuno ha lavorato con/ha sentito parlare di/conosce gli editor che saranno presenti quest'anno? C'è qualcuno in particolare con cui consigliereste di interfacciarsi (considerando che mi serve qualcuno che tratti fantasy e questo esclude un paio di persone)?

Ovviamente si tratta di un colloquio a freddo di 20 minuti, quindi non mi aspetto di certo un'analisi approfondita, ma mi sembrava un buon inizio (se non altro, per fare pratica nell'esposizione del mio manoscritto).

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u/sartralina — 6 days ago

Voglio sfogarmi un po'…

Di recente ho partecipato ad un concorso letterario, non sono arrivata in finale (e ci sta, niente di drammatico). Ottengo comunque un contatto per avere delucidazioni (non le avevo chieste, avevo solo ringraziato per l'opportunità di sottoporre il manoscritto ad una giuria tecnica). Prima mi chiedono se avevo un agente letterario (come se non costassero una fucilata…) poi mi dicono che la giuria ha escluso il testo perché un detector ha rilevato scrittura IA al 90%! Non ricordo bene cosa ho detto ma ricordo bene la sensazione che ho provato, tipo ascensore che scende troppo velocemente. Il 90% significa che non ho messo nemmeno le virgole! Ho una 20ina di versioni diverse del romanzo (solo l'incipit l'avrò cambiato 12 volte), frutto di editing continui (a volte anche solo per spostare una virgola!). Mi spiace aver buttato gli schemi narrativi e di coerenza logica del processo di sviluppo, sennò avevo pure quelli! Ho usato moltissima RICERCA IA e relative fonti (a volte complesse per argomenti che non conosco e sui quali sarebbe stato facilissimo inciampare con effetto domino su tutto il lavoro). L'ho usata come sparring partner per capire se una circostanza, un evento o una reazione fossero logici e coerenti. Ho avuto l'idea della trama (che mi ronzava in testa da anni), ho sviluppato i personaggi come se li avessi avuti davanti (giudicati infatti molto vivi nei feedback da altri addetti del settore). Ho creato un "mondo" coerente e complesso. Ho sviluppato una prosa fluida ma molto "sporca". Ho "imitato" (se così si può dire) reperti ufficiali e articoli di stampa (non sono né una scienziata né una giornalista) e sicuramente non sono perfetti. Mi è crollato il mondo addosso quando mi hanno riferito quel dato. Dopo 2 giorni passati a fare falò (virtuali) del mio lavoro, ho fatto la stessa cosa: ho messo il testo in 3 IA diverse, più volte. Solo 1 volta il testo è risultato "bassa probabilità IA". Per il resto le risposte sono state negative (sempre cauti, però eh, tipo "probabilmente umano"). In particolare in un caso (non cito il modello, ma è molto usato a livello accademico) l'analisi ha rilevato che la struttura delle frasi, la coerenza interna, i dialoghi (tra l'altro in dialetto, alcuni) e in generale la costrizione della prosa sono pattern difficilmente replicabili da software IA. Ho passato 2 giorni a torturarmi pensando che il mio lavoro non valesse niente. Adesso penso che un detector non abbia alcuna validità nel giudicare il mio lavoro. La cosa che mi divora? Pensare che questo "incidente" si ripeterà ancora. E non so come proteggermi

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u/Particular-Owl1949 — 3 days ago

Ciao a tutti!

Sto lavorando a un progetto fantasy-shonen, in particolare ispirandomi ai temi di MHA, ambientato però in un mondo molto più disordinato e sporco.

Il concept: Sono passati 6 anni da quando gli Eroi hanno tradito il Re, alleandosi con il Re Demone. Da allora la loro professione è bandita, il mondo è precipitato in un'anarchia dominata dalla legge del più forte e l'eroismo è diventato un reato.

Il protagonista è Reimon, un ragazzo di 16 anni considerato un "invisibile" della società, che insieme ai suoi amici continua a sognare l'impossibile. Un giorno, però, sbatte contro un tizio incappucciato che porta con sé un libro che non dovrebbe esistere...

Vi lascio qui sotto il prologo e l'inizio del primo capitolo. Mi piacerebbe avere un parere su:

  1. Il ritmo: scorre bene o ci sono parti troppo lente? 2 L'originalità: attrae come concetto di base un mondo senza eroi oppure è una storia già tanto sentita?
  2. Il personaggio di Hairo: ho reso abbastanza interessante sia lui che la sua storia, magari da approfondire più avanti nei capitoli?

Grazie a chiunque dedicherà anche solo due minuti alla lettura! Plus Ultra!

Prologo
Cos'è un eroe? Vuol dire essere invincibile? Superare ogni ostacolo senza mostrare punti deboli? Oppure cadere e rialzarsi non arrendendosi mai, sfogiando un sorriso rassicurante che si fa beffe dei nemici e della sofferenza? Un eroe è un insieme di tutti questi ideali, che anche se sembrano irraggiungibili, con determinazione e cuore puoi diventare ciò che desideri di più. Perciò pure capace di sfoderare quell'immenso coraggio tipico dei superuomini dei film, nonostante non si possegga la loro invulnerabilità e forza devastante. Infatti ognuno nel suo piccolo ha la possibilità di dimostrare la propria eroicità e altruismo. Soprattutto verso chi è afflitto da un problema apparentemente irrisolvibile, diventando una figura di riferimento anche solo per una persona. Uno di cui potersi fidare sempre. Come ultima spiaggia quando tutti ti voltano le spalle. Rimanete in ascolto signore e signori, perché con questa mia introduzione volevo mostrarvi su cosa si baserà questa storia, come un presentatore televisivo all'inizio di ogni puntata, o un prologo di uno spettacolo teatrale. E ciò che vi auguro è di tenervi pronti con i popcorn a portata di mano, che stiamo per iniziare.

Cap 0 -Le origini-

Reimon é un ragazzo a prima vista come tutti gli altri: 16 anni, studente della Soul Junior High non particolarmente bravo nello studio e preso di mira. Quindi agli occhi di tutti era invisibile, un fantasma nella società, l'ultimo degli scarti. Ma in realtà non era solo, né lasciato in balia di loschi figuri, perché con il tempo creò legami con un insegnante della sua stessa scuola, diventato padre adottivo dopo l'orfanotrofio, e un paio di amici con cui si divertiva in ogni modo possibile. Insieme formavano il gruppetto de "I tre sognatori". Lui, Gian e Don avevano deciso di chiamarsi così perché tutti e tre volevano realizzare un sogno, quello di diventare degli eroi impavidi e imbattibili. Però non sarebbe stato molto semplice raggiungere il loro obiettivo, anzi un'impresa ardua e pericolosa. Infatti i punti di riferimento che tanto idolatravano, dopo che 6 anni fa organizzarono una congiura a danni del re alleandosi con il suo più grande nemico, il re demone, vennero esiliati da tutto il regno e bandita la loro professione o sola ammirazione. Inoltre non era l'unico dei problemi, visto che venivano presi in giro dai compagni di classe, che gli schernivano dicendo per esempio "cosa sognate? Il cazzo forse?", alludendo al fatto che fossero considerati degli sfigati, i numeri 1. E delle volte, principalmente quando rispondevano alle provocazioni, gli atti di bullismo potevano degenerare in violenze fisiche, come zuffe in disparità numerica, che li costringeva a contrattaccare anche se in svantaggio. Ma a loro non importava, perché finché sarebbero rimasti uniti condividendo sogni e avventure, lo stato, i bulli, nulla li avrebbe potuti separare. Ci provassero quei figli di papà, che anche attingendo a ogni goccia della loro forza non ci sarebbero mai riusciti. Perché non l'avrebbero mai sovrastata la stoffa di chi sapeva soffrire e combattere senza mai arrendersi, di chi rischiava la propria vita per un amico. La persona che sosteneva di più Reimon, oltre ai suoi compagni d'avventure era il padre Orton, ricco di conoscenze e molto gentile, che da bambino gli narrava le imprese degli eroi come un cantastorie di tempi ormai andati. Il saggio genitore sperava di insegnargli la tenacia e il coraggio che si trovavano al centro di questi racconti, tramandando ideali di suo padre, seguendo la tradizione famigliare. In una delle tante sere gli racconterà quella che diventerà la sua preferita: le gesta di un ragazzo valoroso dei bassifondi, che dal niente passerà ad'essere acclamato da tutto il villaggio, dopo aver ucciso una grossa chimera. Lui, ogni volta che pensava a quanto sarebbe stato bello diventare un'eroe, immaginava di trovarsi nei panni di quel personaggio, di salvare tanta gente ed essere stimato dal regno intero, magari anche fonte d'ispirazione per le nuove generazioni. Orton, inconsapevolmente, spronerà il figlio nel combattere contro gli abusi e le ingiustizie, di cui ne era all'oscuro perché Reimon le nascondeva. Ad esempio fingeva di essersi fatto male per sbaglio, a causa di un livido o un occhio nero, dicendogli "Tutto a posto papà, ho preso una storta", o "Giocando a palla mi sono fatto male, sto bene". E anche se sapeva che gli avrebbe potuto dare un sostegno emotivo, aveva paura. Paura delle conseguenze, che lo tormentassero ancora di più, era spaventato soprattutto che suo padre potesse finire nei guai mettendosi contro famiglie di rango più alto del loro. Li considerava al pari di cani rabbiosi, spietati con i più deboli, e facilmente ammaestrabili se spaventati o messi in discussione da una figura autoritaria, assente nel loro caso perché trascurati dai genitori. E mai si immaginerà che un giorno, apparentemente uno comune, darà inizio alla sua grande avventura. Queste sono le origini del ragazzo che diventerà il più grande degli eroi, la nuova speranza del mondo, più che mai messo all'ombra di grandi minacce.

Cap1-L'inizio dell'avventura-

In una normale mattinata di aprile Reimon viene destato dal sonno dalla solita sveglia mattutina, il padre. Orton gli urla:"È pronta la colazione, Rei", aprendo di scatto la porta della sua camera da letto, e lui stanco dopo ieri, alza prima una gamba e poi l'altra, apprestandosi a sedere su una delle tante sedie della tavola. È sfinito a tal punto da far fatica a sollevare anche solo un cucchiaino per gustarsi il latte e i biscotti. Mentre prova a fare colazione ripensa al giorno prima, a come gliela aveva fatta pagare ai prepotenti. Infatti era stato costretto ad affrontare con Don e Gian un gruppo di bulletti, in un vicoletto vicino alla scuola chiuso dal loro lato, da uno spesso muro di cemento e mattoni rossi. Almeno stavolta avevano avuto molta fortuna, perché i tre disturbatori erano così codardi da iniziare a scappare non appena uno di loro venne colpito da un pugno, sferrato da Reimon. Gridò :"Ma a chi volete far paura, se ci avete affrontati combattete da veri uomini!", in modo secco e intimidatorio. Gli altri due amici si misero a ridere a crepapelle, vedendo che si erano spaventati a tal punto da piangere e fuggire senza voltarsi, inciampando pure un paio di volte sulle mattonelle incrinate della strada e sbattendo contro un palo segnaletico, difficile da non notare per la sua grandezza. Un' altra vittoria da aggiungere nella bacheca de "I tre sognatori", soppranominati negli ultimi tempi anche "I cacciatori di bulletti". Però non fu lo scontro ad averlo sfiancato, ma piuttosto gli esercizi extra punitivi, costretti a fare a causa di uno dei fuggitivi che aveva riferito tutto al prof. Come li chiamava il loro insegnante di educazione fisica, da "riflessione spaccaculo". 3 giri di corsa, 3 ripetizioni da 40 flessioni, 2 ripetizioni da 50 squat. Una prova superabile solo dai veri duri, titolo che per loro gli si addice alla perfezione. Perciò anche avendo pagato per l'azione compiuta, i ragazzi intraprendenti non si pentirono neanche un secondo della rissa, perché se lo meritavano quei falsi duri. Chiunque attaccasse i deboli e gli indifesi doveva essere fermato, e se nessuno lo avesse fatto sarebbero intervenuti loro per amministrare la giustizia, per chi non poteva compierla da solo. A riportarlo nella realtà è il padre, dicendogli in tono severo:"Sbrigati figliolo stai per fare tardi, muoviti a mangiare e vestiti!", poco prima di uscire per andare a lavoro lasciando la porta spalancata. Il ragazzo scocciato di dover presentarsi a scuola come tutti gli altri giorni, beve molto in fretta il latte caldo di capra e si scorda di consumare i biscotti, e coperto da una maglia e un pantalone di tela, con indosso uno zaino di vimini ricolmo di libri si avvia di corsa verso l'istituto, imboccando ogni scorciatoia possibile per risparmiare tempo Non può di certo saltare la scuola, perché in tal caso avrebbe fatto i conti a casa con suo padre, però non riesce a smettere di pensare a Don e Gian e a delle imprese di eroi da fare più tardi. Supera l'uscio e si avvia correndo con tutto il fiato di cui dispone, attraversa un quartiere dopo l'altro senza mai fermarsi.

Reimon, mentre si dirige a scuola noncurante di chi gli passa accanto, sbatte contro un tizio incappucciato ed entrambi finiscono seduti per terra, emettendo un forte tonfo. All'improvviso scivola dalla borsa dello sconosciuto un libro di grande dimensioni. È rilegato in una copertina di cuoio con un titolo scritto in grande rosso "Storia degli eroi: gesti e imprese", odora di papavero e di legno di quercia. Mastodontico come un'enciclopedia storica sembra pesare un macigno, ed é leggermente bruciato nella copertina anteriore e molto annerito in quella parte e sulle punte dalla cenere. Dopo uno stordimento iniziale si alza spazzolandosi gli abiti, e afferra lo strano testo porgendolo alla nuova conoscenza amaramente, perché tentato di rubarlo dalla curiosità di voler capire cosa ci fosse scritto all'interno e farlo vedere a suo padre, visto che lui in materia è più esperto. Il ragazzo allunga la mano per stringerla in segno di saluto e cordialità, dicendo : "Mi perdoni signore, non l'avevo vista passare". Il signore risponde: "No, fa niente. È stata colpa mia che non mi sono spostato in tempo. Scusami tu", e scuotendo la mano lo saluta frettolosamente continuando per la sua strada. Reimon rimane frastornato per qualche attimo da quell'incontro inaspettato, e nota che non sembrava un comune passante. Ripensa all'abbigliamento dell'uomo, una tunica verde e dei pantaloni di maglia arrugginiti, consumati dai viaggi e le avventure, che insieme al particolare compendio compongono l'identikit perfetto di un eroe. "Ma non può essere vero" pensa tra se, "Sono stati banditi sei anni fa, e da allora nessuno li ha più visti nel regno". Emozionato dalla nuova scoperta, prende la stessa direzione che aveva imboccato lo straniero. Si ricorda però cosa stava facendo prima, di come si stesse dirigendo alla Soul Junior High, e decide di fregarsene dicendosi :"Alla scuola ci posso andare sempre domani, mentre l'eroe non lo potrei più incontrare dopo oggi. Forse sta già fuggendo verso un altro paese, è meglio che gli vada a parlare. Tanto a mio padre per giustificare l'assenza all'istituto, basterà dire che sono ritornato a casa per una febbre". Aumenta il passo per paura di non rivederlo, mentre riflette sull'argomento della conversazione. Potrebbe chiedergli dove si trovano i suoi colleghi, e il motivo del loro tradimento verso il re. Ma ora si deve dare una mossa, se non vuole perdere la più grande occasione della sua vita. Attraversa mezza città, controllando empori e fonderie, mercatini e osterie, anche i vicoletti più nascosti e malfamati. Entra nella taverna più frequentata dalla gente del posto, e chiede alla barista Makoto :" Mako per caso hai visto uno nuovo nella locanda? Vestiti molto strappati, un libro in mano". "Perché stai qui!" risponde lei, :"Se ti trovano dentro ti ammazzano sul serio stavolta". "Non ho paura" continua in tono spavaldo Reimon. "Dovresti averla. Se tu vedessi con i tuoi occhi come riduce la proprietaria quelli che non possono pagare, ci penseresti due volte prima di fare una delle tue solite bravate", dichiara la locandiera mentre versa nel boccale di un uomo cinquantenne già ubriaco. "Dolce donzella, perché non vieni un attimo con me che stasera ti faccio passare la notte migliore della tua vita" dice per poi cadere a terra brillo, sporcando il pavimento di birra. "I soliti ubriaconi. O mi corteggiano o mi costringono a lavorare di più per pulire il loro casino, o tutte e due. Comunque no, non lo visto. Ora vattene subito, sbrigati. E comunque perché ti interessa quello straniero. Non sara qualcosa collegato agli eroi, spero. È meglio che smetti di seguirne le orme, lo dico per il tuo bene". "Lo so stai tranquilla, c'è la faro come al solito. Ti saluto" esclama Reimon prima di scappare dalla possibile comparsa imminente della titolare. La caccia all'uomo prosegue fino a quando, affaticato da tutti i chilometri percorsi e i quartieri visitati, Reimon poggia su una colonna pietrosa per recuperare fiato e trova seduto sugli scalini della cattedrale l'eroe. Lo scruta mentre è molto assorto nella lettura del libro rovinato, e con un po' di palpitazione si appresta a sedersi accanto per conversare. Inizia ad aprire bocca mentre osserva il volto stavolta scoperto della nuova conoscenza, di una bellezza ormai andata, invecchiato dal tempo e segnato da una cicatrice sul mento. "Chissà quante difficoltà ha superato prima di arrivare qui", pensa a primo impatto, guardando le sue non così tanto ottime condizioni. Fatica a camminare, zoppica a causa anche dei sandali, con la suola e i laccetti consumati. Le parole che gli escono sono:" Ciao, prima ci siamo visti ma senza presentarci. Piacere sono Reimon, lei come si chiama?". Il vecchio si spaventa, non aspettandosi un ragazzo accanto alla sua spalla che volesse parlare con lui, e girandosi gli risponde :" Il mio nome è Hairo".

Cap2-L'incontro più importante della sua vita-

:"Il mio nome é Hairo, Hairo Lioness. Vengo da molto lontano, così tanto che non puoi proprio immaginare per quanto ho camminato a lungo prima di arrivare qua", dice l'ex eroe, mentre il giovane nota le braccia molto sporche e ferite, insieme a un fodero di una spada che portava alla cinta tanto consumato e strappato in alto. Allora Reimon domanda, con curiosità che traspare dalla voce:"Ma perché stai viaggiando? Come tutti gli eroi non dovresti più stare nel regno, dopo quello che avete fatto". "Allora per quale motivo mi hai seguito fin qui. Anche questo è illegale", controbatte Hairo. Reimon spiega:"Volevo solo capire perché avete organizzato 6 anni fa un attacco contro il re. Che bisogno c'era, eravate amati e rispettati da tutti. Avevate una casa, una famiglia. Non vi mancava niente". Al discorso del ragazzo il vecchio distoglie lo sguardo spostandolo di nuovo sul libro, e osservando il movimento improvviso sposta nuovamente la sua attenzione sullo scritto, chiedendogli:"Posso guardare il libro?". Lo straniero lo rimette nella borsa di scatto, e si rialza pronto per riprendere il suo viaggio. :"Aspetta", gli dice Reimon sorpreso, che poi lo afferra per il braccio :"Rispondimi almeno. Perché l'avete fatto? Perché tu l'hai fatto!". Hairo ormai sembra non ascoltarlo quasi più, come se le sue parole fossero dei ronzii fastidiosi di una zanzara. Non lo degna neanche di una singola attenzione, rimanendo immobile e ignorando anche il braccio bloccato, è completamente indifferente. Ma prima di andarsene, girandosi con un movimento secco del busto e un espressione sul volto triste, da cui traspariva sofferenza, pronuncia la frase:"Non potresti capire, ragazzo". Hairo sta scappando da Reimon, da quel ragazzo che aspira a diventare un eroe, come lui era prima. Non deve perdere la speranza, c'è la puo fare con o senza di lui. Alla fine che gli serve un tizio del genere, vecchio e ferito, stanco degli stessi ideali che un tempo rappresentava. Ogni persona che non si arrende mai superando i propri limiti (plus ultra!), riuscirà un giorno a realizzare il sogno di una vita, anche il più impossibile.

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u/Ambitious_Basket_425 — 11 days ago

Non mi piace molto l'inizio, mi sembra scarno, ma già scrivendo questa piccola parte/primo capitolo, ho notato che è molto comodo rileggere e aggiungere parti descrittive o piccole frasi e sensazioni per renderlo più racconto e meno riassunto.

Chiedo scusa per eventuali errori grammaticali, lo riletto molte volte e non mi sembra né siano rimasti

DOVE SONO?

Axel Travelsson è un soldato Vikingo di 31 anni, che durante l'assedio di Parigi, resta ucciso per mano del nemico in seguito a un'imboscata.

Un lampo argentato, poi cadde e vide il suo corpo senza testa, 2 asce sanguinanti ancora in pugno, circondato da nemici che lo avevano infilzato con le loro lance.

Axel Travelsson, lascio la vita terrena, conscio del fatto che era morto in battaglia, Odino lo aspettava e il Valhalla sarebbe diventata la dimora del suo meritato riposo.

Non sapeva da quanto era lì, aveva dormito? Tutto era buio, tutto era confuso, sentiva qualcosa ma non capiva come o perché, la sua mente era una distesa vuota.

Passo un po' di tempo e pian piano inizio a ricordarsi che possedeva un corpo, un corpo che in questo momento poggiava su qualcosa di morbido, inizio a chiedersi cosa fosse, una pelliccia? Ma di cosa? Un'orso? Un cervo...

..Un tuono accecante nella sua mente forzò qualcosa in un angolo remoto e senza accorgersene lo lascio entrare.

Suo padre Travel e lui erano appostati da 10 minuti dietro dei cespugli, il cervo che seguivano da 1 settimana poco più avanti, il vento spirava nella giusta direzione e il silenzio era inquietante, come se ogni animale, insetto o spirito del bosco, sapesse che una vita stava per essere strappata dal suo corpo, poi senti suo padre tendere l'arco e pronunciare la solita frase di rito

"Che la tua anima finisca sulle tavole di Odino e la tua pelliccia nel suo mantello"...

La sua mente divenne un mare in tempesta, mentre ogni ricordo tornava al suo posto, il processo non li provocò dolore, almeno non fisico.

Il mare di ricordi, quasi in maniera crudele, parti dal suo ultimo ricordo, per poi ripercorre tutto a ritroso, senti man mano un vuoto formarsi dentro, perché sapeva che era morto e stava semplicemente guardando quello che aveva perso per sempre.

Vide il momento in cui da bambini lui e Aida trovarono un sasso bianco come la neve nel fiume, lo stesso sasso che la marea di ricordi ripropose più avanti, quando entrambi lo misero al collo della loro piccola Thora, dopo averci fatto una collana.

Vide i suoi genitori, sua madre che gli curava le ferite riportate nelle mille battaglie con gli altri bambini del Clan, suo padre che gli regalava le sue prime asce e il capo clan che gli donava il suo elmo..

Pian piano si rese conto di poter controllare questo fiume e si concentrò maggiormente sui ricordi migliori, per lo più battaglie vinte e risse dove aveva rotto più mascelle che calici di birra, momenti con i suoi genitori e i suoi amici e poi c'era la sua Aida, la guerriera più forte che avesse mai conosciuto, la sua ancora e la sua stella in un cielo buio.

La consapevolezza che possedeva una vista arrivo quasi all'improvviso, "che scemo" si disse, era così ovvio che bastava aprire gli occhi.

Prossimo capitolo si chiamerà "IL BUONO SCONTO"

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u/Subject-Engineer2301 — 11 days ago