u/Ok_Homework_5203

CI RIPROVO!

CI RIPROVO!

Ho pubblicato un sub qualche ora fa, molti mi hanno detto che il testo era illeggibile perché troppo lungo e non formattato. Reinserisco l'estratto del mio romanzo, editato e in un documento, per chi volesse leggerlo.
Ritorno a casa.

u/Ok_Homework_5203 — 7 days ago

Ritorno a casa.

Salve, è da un anno che sto lavorando a un romanzo. Non ho mai ricevuto pareri esterni e mi piacerebbe averne. Vi lascio un estratto (in questo capitolo la protagonista, rifugiata di guerra a Cracovia, fugge per "inseguire il suo passato". Viene ospitata da una vecchia conoscenza --nemmeno troppo vecchia, ecco.) PREMETTO CHE è MOLTO LUNGO, SCUSATE.
Taisia mi portò a casa sua. Non avevo avuto modo di parlare con mia madre, né con Darya. Il mio cellulare doveva essere rimasto intrappolato nelle mie cianfrusaglie, o peggio a Cracovia. Ma quel problema insisteva nel non presentarsi come tale. Non appena rientrammo a Shuliavka mi sorprese il suono di un allarme. Mi spaventai e domandai a Taisia se fosse necessario nasconderci, mentre barcollavo aggrappata al suo braccio. Lei rispose che non era necessario: accadeva più volte al giorno. Mi intimò di abituarmici il prima possibile. Annunciò il mio rientro alla nonna, che si precipitò all’ingresso per accogliermi. “Ah! Vikusya! Bentornata! Bentornata!” esclamò, agitando le mani. “Vika starà da noi per un po’ di tempo. È tornata dalla Polonia senza la famiglia, perciò sarà nostra ospite,” spiegò Taisia. La nonna annuì. “Va bene, va bene… ogni tanto fa bene avere ospiti, portano luce e novità alla casa. Ne vogliamo di luce, soprattutto in questi tempi. Ma Vikusya… come sei pallida! Non ti senti bene?” Non ebbi la forza di rispondere, Taisia lo fece per me: “No, non si sente bene.” “Ma che le è successo?” domandò, afferandomi un braccio. “Nonna, avrete tanto tempo per parlarne. Vika ha bisogno di dormire. Non è vero?” Annuii. “Ma che ha? Ha bisogno di qualcosa?” “Me ne occupo io, nonna. Le porto un’aspirina e un té caldo.” “Sei proprio sicura che non ha bisogno di niente? Un cucchiaio di miele non le farebbe male.” “No, nonna!” Tentai di congedare la vecchia con qualche parola di circostanza, ma dalla mia gola ne uscì solamente un riso. Taisia mi condusse in camera. Impiegai meno di un secondo a raggomitolarmi tra le sue coperte, senza svestirmi. Mi infilò in gola una pillola e un sorso d’acqua mentre ero ancora nel dormiveglia; dopo, riuscii a malapena a ringraziarla. Presi subito sonno. Non mi svegliai fino a sera. Avevano già cenato, non ero stata destata per presenziare. Quando mi trascinai in cucina, Polina e la nonna stavano sparecchiando, mentre Taisia le osservava dal suo posto. Un tempo, in una così bella serata, Taisia sarebbe stata in procinto di uscire. Dovetti ricordare che il coprifuoco aveva cancellato le vecchie abitudini. Mi concentrai sulla figura di Polina, alchè mi domandai se fosse arrabbiata con me. Ero scomparsa, mai le avevo fatto la grazia di domandarle come stesse ed ora era costretta a ospitarmi. Io non l'avrei accettato. Provai vergogna al pensiero di mostrarmi a lei. Taisia mi notò per prima: i suoi occhi si posarono sulla mia figura mentre analizzavo quella della gemella. Non disse nulla però. Notai che i lineamenti di Polina erano peggiorati: aveva sviluppato delle occhiaie di un orrendo colore violaceo, la sua pelle si era macchiata di piccole imperfezioni –due o tre brufoli, qualche lieve cicatrice, le rughe d’espressione. In così poco tempo era già invecchiata e quello mi dispiacque. “Oh, sei sveglia!” mi chiamò la nonna, posando una pentola nel lavello. “Eccoti qui! Ti senti meglio?” “Sì, grazie.” “Hai bisogno di qualcosa?” “No, grazie.” “Sei sicura?” “Sì, grazie.” Anche Polina si voltò verso di me. A quel punto, contro ogni mia aspettativa, mi concesse un sorriso gentile. In quel sorriso ritrovai la sua antica vitalità e riuscii a considerarla non solo carina, ma bella. Forse non era il suo aspetto a corrompermi, ma il fatto che non serbasse alcun rancore: quello era davvero bello. “Buonasera, Vika,” disse, asciugandosi le mani. “Taisia mi ha raccontato tutto, anche della tua febbre. Mi dispiace.” Mi venne incontro e mi strinse, senza darmi il tempo di rispondere. Mi irrigidii, sorpresa da quell’affetto. Taisia continuava a fissarmi. Esitai prima di ricambiare la stretta e addirittura sentii la necessità di fuggirne dopo pochi secondi. Feci un passo indietro. Polina non demorse e posò le mani sulle mie spalle. Prese a raccontarmi di non so cosa –non ascoltai neanche una parola. Aveva ancora il sorriso stampato in faccia, lo stesso che, fino a un attimo prima, mi era sembrato così benevolo. Adesso mi dava ribrezzo. Mi infastidiva osservare da vicino gli sfoghi sulla sua pelle; ancor di più accorgermi che i suoi capelli fossero tutt’altro che puliti. Guardavo Taisia quasi per implorarla di staccarmi la sorella di dosso, ed ero certa che lo avesse capito. Eppure continuava a scrutarmi, ora divertita. La cosa mi confuse. Dovetti arretrare di un altro passo, fino ad appoggiarmi allo stipite della porta. Respirai, tentando di ignorare la claustrofobia che quella cucina, con i suoi spazi angusti e le luci giallastre, mi stava causando. Che ci facevo lì? Dovevo essere a Cracovia. Ma no, non era il momento di pensarci. “C’è da festeggiare il tuo rientro,” insisté Polina. Negli occhi le bruciava una preoccupante urgenza. “No, io non credo che…” “Sì, c’è da festeggiare!” mi interruppe la nonna. “È da tempo che non festeggiamo qualcosa,” continuò Polina. “Mi racconterai tutto quello che hai fatto laggiù.” Feci stridere una sedia sul pavimento e mi ci gettai sopra, domandandomi come quelle donne potessero non comprendere la gravità di ciò che avevo fatto. Di motivi per essere felice non ne avevo, ma forse erano convinte che una fuga adolescenziale fosse nulla in confronto a ciò che vivevano nel quotidiano. “Vado a mettere un abito migliore,” annunciò Polina. Sospirai. “Non è necessario.” “Sì, è necessario. Sono davvero contenta che tu sia tornata.” La nonna annuì. “E io vado a prendere il vino buono.” Su quello non obiettai. Non appena uscirono, mi voltai verso Taisia. “Da quando tua sorella è così espansiva?” Scrollò le spalle. “È disperata. Ha perso un sacco di amiche: sono volate tutte fuori di qui e si sono dimenticate di lei.” Cambiai posto, scivolando sulla sedia accanto alla sua. Mi allungai verso di lei e poggiai il capo alla sua spalla. Inspirai un intenso profumo di vaniglia, mentre lei mi accarezzava piano i capelli. Le sfiorai la veste morbida, poi le gambe, infine il petto. Il cuore accelerava al pensiero di poterla stringere nelle notti che sarebbero venute. Le baciai una guancia più volte, permettendomi di protendere i baci fino alla spalla. Lei sorrise, facendo sfiorare le punte dei nostri nasi. La testa doleva ancora, ma il male sembrava attenuarsi nei punti in cui le sue dita massaggiavano la mia cute. Pensai che, se tutto ciò che avevo attorno era sbagliato, almeno esisteva un elemento che annullava ogni errore. Allora cambiai idea: ero felice di essere tornata. Il suo fiato si incastrava al mio e risi, leggera, sospinta dalla voglia di tramortire la distanza. “Hai avuto notizie di tuo padre?” domandai, scostandole una ciocca dietro l’orecchio. Il suo sguardo si chinò verso il basso. “È partito per il fronte qualche giorno fa, ha concluso l’allenamento.” “State parlando?” Inaspettatamente sorrise. “Sì, ogni giorno, quando può. E forse… adesso gli voglio bene, mi piacerebbe rivederlo.” Quando sentimmo dei passi calpestare il marmo del corridoio ci allontanammo. La nonna leggeva l’etichetta del vino, spiegando a Polina tutte le ragioni per cui era da considerarsi ottimo. “Questo è un Telti-Kuruk, lèggi! Lo fanno a Odessa… no, ti dico di leggere perché tu non le conosci tutte queste cose. Me l’ha regalato la signora Nadia.” Polina, invece, trasportava una sedia sottratta al tavolo in soggiorno. Aveva indossato un vestito rosso che non arrivava a coprirle le ginocchia; aveva raccolto i suoi oleosi capelli in una crocchia e si era persino messa dei tacchi. Rimasi a bocca aperta, non per la sua classe, ma per la sua assoluta inappropriatezza. “Quel vestito è mio,” disse Taisia tra i denti. Polina la guardò. “È solo per stasera. Staremo in casa, non lo rovinerò.” “Anche i tacchi sono miei, e il vestito ti sta grande sul seno. Cosa vuoi fare?” Polina sussultò. “Niente.” Eppure io stessa non riuscivo a non interpretare la sua presenza come una versione economica della sorella. La nonna e Polina si sedettero attorno al tavolo, dopo aver posato del ghiaccio in una grande pentola per le zuppe; ci infilarono il vino dentro. “È bene che lo lasciamo raffreddare,” disse la nonna. “È vino bianco. Non ho un contenitore per il ghiaccio Vykusia, perdonami,” disse, indicando la pentola. Stappò la bottiglia dopo pochi minuti, versandone il contenuto in quattro calici. “Brindiamo a Vika e al suo rientro: che possa fare belle cose in Ucraina!” I bicchieri tintinnarono, dopodiché li portammo alle labbra. “Sì… è veramente buono, signora,” constatai. “Certo che lo è. Voi giovani preferite marchi stranieri, come quello Sciardanne… o come si chiama. Ma qui produciamo vini ottimi.” Annuii. “Quindi… cosa hai intenzione di fare?” domandò Polina, sbattendo le ciglia. La guardai e restai in silenzio, perché a quello che avrei fatto non ci avevo ancora pensato. “Io… beh, per ora sono qui.” “Sei solo di passaggio, oppure ti sei trasferita?” continuò, sorridendo appena. “Non avevo ancora preso in considerazione l’idea di una visita passeggera. Credo di aver fatto i bagagli con dei pensieri piuttosto… definitivi,” spiegai, con una stanchezza che si presentava in veste di esasperazione. Polina annuì. “Tua madre ti ha lasciata partire?” insisté. “Non credo che lo sappia,” tagliai corto. Una strana rabbia iniziò a farsi strada tra le mie membra. Certamente, signori, mi rendevo di dover mostrare una trasparenza impeccabile alle padrone di casa; non tutti –specialmente in tempo di guerra– avrebbero gradito l’aggiunta di un piatto a tavola. Nonostante ciò, ritenevo che fosse superfluo immischiarsi nei miei affari di famiglia, dato che io, al contrario, non avevo domandato a Polina che fine avesse fatto il padre. Conoscere la filosofia di pensiero di mia madre, a Polina, non sarebbe servito a un bel niente; tutto quello di cui doveva importarle, secondo me, era che non sporcassi casa e che pagassi il mio cibo con i miei soldi. Trangugiai il calice e ne riempii subito un altro. Taisia mi imitò; i nostri sguardi si incontrarono per un istante. C’era una sorta d’intesa nel modo in cui ignoravamo il cicaleccio di Polina. Sentivo gli occhi dell’ultima addosso, ero sicura che celassero un mare di curiosità; eppure restava composta, seduta con la schiena dritta, come se l’avessero impalata lì. Quella donna era sempre stata fastidiosamente costruita, solo allora mi resi conto di quanto fosse grande il mio bisogno di sporcarla. Povera Polina: era così spaventata al pensiero di eccedere! Le avevano illustrato il mondo in una maniera molto semplice e riduttiva: questo è bianco e quell’altro è nero; questo è giusto e quello è sbagliato. Così rincorreva temerariamente quel giusto convenzionale, terrorizzata al pensiero di fallire se avesse sforato. Ma avanti così non si poteva andare. Che senso aveva, ormai, ambire alla precisione? Estrassi una sigaretta dal pacchetto di Taisia, la accesi e feci un lungo tiro, lasciando che il fumo invadesse lo spazio tra me e il viso di Polina. Guardai intorno: non c’era l’ombra di un posacenere. Solo la pentola per le zuppe, col ghiaccio che si stava sciogliendo attorno alla bottiglia di Telti-Kuruk. Allungai il braccio e battei la cenere nell’acqua. Polina smise di sorridere, le sue mani si contrassero sul tavolo. “Vika… quella è la pentola del ghiaccio.” “Lo vedo,” risposi. “La nonna ci ha messo dentro il vino e tu ci spegni le sigarette. È una cosa… irrispettosa.” Feci un altro tiro, godendomi il silenzio attonito della nonna. “Irrispettoso per chi, Polina? Per l’acqua? Per l’acciaio?” “Per noi! Per la casa!” Mi misi a ridere, il suono secco graffiò la mia gola. “Spiegami la tua logica, te ne prego. La cenere altera il sapore del vino? No. Cambia qualcosa nel destino dell’universo se questo ghiaccio finisce nello scarico con un po’ di tabacco bruciato invece che pulito? Nulla, Polina. Non cambia assolutamente nulla. Se ci fosse Darya, te lo direbbe anche lei.” “È una questione di principio: non è educato. Se mi avessi chiesto un posacenere, te l’avrei portato,” spiegò lei, raddrizzandosi. “Molti principi sono diventati un lusso che non possiamo più permetterci,” ribattei, inclinando la testa. “Lede qualcuno? No. Quello che resta è una pentola sporca che si può lavare. Perché vuoi trasformare un po’ di polvere in un dramma morale, quando là fuori tutto sta diventando cenere sul serio?” Vidi Taisia annuire con un mezzo sorriso. I suoi occhi mi cercarono, carichi di un sentimento che somigliava alla fierezza. Polina guardò sua sorella, cercando un appoggio che non arrivò. “Sei diventata... cattiva. L’influenza di Darya non ti ha fatto bene, e nemmeno quella di mia sorella,” sussurrò . “No,” risposi, premendo il mozzicone contro un cubetto di ghiaccio. “Sono solo diventata realista. E, con tutto il rispetto per la tua intuizione, conosco Darya dall’infanzia. Se mi avesse influenzata sarebbe accaduto molto prima,” dichiarai. “Ho capito che non si deve credere a tutte le favole… forse solo ad alcune. Ad esempio, concordo con Taisia: non è necessario agghindarsi per stare in casa, e quel vestito ti stia veramente grande sulla scollatura.” Polina arrossì. “Non devi rimanerci male,” continuai. “Sei comunque una bella ragazza… solo, hai il seno più piccolo rispetto a tua sorella. Ognuno ha le proprie qualità, dicono.” Polina strinse i pugni. Fece per dire qualcosa, ma sua nonna la precedette: “Vikusya, così non va affatto bene. Lo so che stai scherzando e che non vuoi prendere in giro mia nipote, ma non mi piace sentire certe cose.” “Lo ripeto, signora: sono soltanto onesta.” “Ogni tanto, però, la bocca andrebbe chiusa, proprio in nome di quell’onestà di cui parli.” “Sono punti di vista, signora. Io ho fatto una semplice constatazione, e ciò che intendevo è esattamente questo: Polina è un po’ rigida. Non è un difetto. Vostra nipote è una donna graziosa, metodica, elegante –sebbene possa capitare a chiunque di rimandare il giorno dello shampoo. Solo che… poi incontri lei.” Accennai a Taisia con il capo. “Lei è libera. Imperfetta, certo… ma libera.” Mi alzai, tirando la sedia all’indietro. “Sono molto stanca: il mio organismo non si è ripreso del tutto. Mi fa piacere che abbiate offerto da bere, ma forse avevo necessità di mangiare.” La nonna si sporse in avanti. “Devo preparare qualcosa?” Scossi la testa, agitando la mano. “No, no… sarà per la prossima volta. Adesso vorrei riposare.” Polina guardava il vuoto davanti a sé; avrei potuto giurare di aver colto un luccichio nelle sue iridi. Taisia non disse nulla, si alzò a sua volta e mi seguì lungo il corridoio. Dalla cucina ci raggiunse un mormorio sommesso, uno scambio privato tra la nonna e la nipote. Non era difficile intuire di cosa stessero discorrendo, ma io mi misi a ridere. Più cercavo di trattenermi, più ridevo forte.

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