
'Questo perché non hanno la targa e si credono i padroni!'
Da un post di Maledette Biciclette Milanesi

Da un post di Maledette Biciclette Milanesi
L’automobilista, secondo Leggo e altre testate, rischia una multa di 2.000 euro (fino a 8.000), la revoca della patente di guida e il fermo amministrativo dell’auto per tre mesi.
Se c’è un caso in cui avrebbero dovuto ritirare la patente sul posto, sequestrare l’auto e accompagnarlo a casa è proprio questo: un automobilista in stato confusionale guida contromano, rifiuta di fermarsi all’alt della polizia, e addirittura è necessario per un agente salire a bordo e spostare il guidatore di forza per fermare l’auto…
È chiaro che una persona soggetta a questo genere di incidenti ed errori non dovrebbe poter guidare veicoli a motore.
Se fosse stato ubriaco gli avrebbero consentito di guidare fino a casa? Se fosse stato drogato?
Certo, l’automobilista adesso rischia un multone, il fermo del veicolo e la sospensione o la revoca della patente. Ma intanto gli è stato consentito guidare per tornare a casa nonostante la gravissima infrazione commessa.
Il bello è che in città i ciclisti contromano vengono considerati criminali (nonostante in diversi paesi europei il senso unico eccetto bici sia la norma, e sia diffuso anche in diverse città italiane).
Un automobilista che viaggia contromano in autostrada in stato confusionale invece può tranquillamente guidare per tornare a casa. ◆
Gli articoli citati:
Il Fatto Quotidiano: Auto in contromano sulla A28. L’agente salta in corsa sull’auto ed evita la tragedia
Il Comune di Milano presenta il piano Möves, insieme di interventi per potenziare la mobilità attiva e sostenibile puntando su percorsi ciclabili e pedonali, investendo anche nella sicurezza stradale con installazioni e limiti ridotti di velocità
Il piano Möves di Milano è realtà. A Palazzo Marino, lunedì 13 aprile, il sindaco Giuseppe Sala e gli assessori Arianna Censi (Mobilità), Marco Granelli (Opere pubbliche), Marco Mazzei (Spazio pubblico) e Gaia Romani (Quartieri e Partecipazione) hanno presentato alla città il progetto per rendere il capoluogo lombardo sempre più percorribile in bicicletta o a piedi. Milano vuole puntare sulla mobilità attiva e sostenibile e per farlo ha deciso di delineare un insieme di interventi programmati e mirati, che vanno dal potenziamento delle infrastrutture alla sicurezza stradale. Tutti coordinati all’interno di un unico elaborato, che unisca visione e pianificazione, non interventi singoli.
Ecco perché Möves non nasce ad aprile 2026 ma parte da molto prima. Nello specifico dalle consultazioni che il Comune ha avviato con i cittadini già dal novembre 2024, quando la Giunta ha cominciato a chiedere ai milanesi di elaborare le linee guida che il piano avrebbe dovuto avere. I pareri raccolti sono 1.175, secondo quanto comunicato dall’Amministrazione. Dopo un anno esatto, a novembre 2025, il Consiglio comunale ha approvato l’insieme di strategie che verranno messe in campo a Milano, nell’ambito della mobilità sostenibile. E nelle scorse ore Palazzo Marino ha spiegato come si moverà per rendere gli spostamenti attivi una scelta vantaggiosa e sicura per la cittadinanza.
Milano, Möves punta sulla bici: 565 km di rete ciclabile
Si parte dai percorsi ciclabili. Anche perché,rileva il Comune di Milano, nelle ore di punta la velocità media di una bicicletta supera persino quella delle auto (fino a 24 km/h contro i 17 delle vetture). Oltre a portare benefici per la salute. Per cui Milano intende creare una rete portante complessiva di 565 km, di cui 210 saranno del circuito principale, composto da 29 diversi itinerari. Invece 355 km rappresenteranno la rete secondaria.
In generale le tratte milanesi sono suddivise in 5 gruppi. Ci sono intanto quelle centrali, per la permeabilità del centro storico. Seguono quelle concentriche cosiddette circolari, 5 tracciati che connettono trasversalmente la rete. Poi ecco 24 percorsi metropolitani che collegano il centro alle periferie, mentre a circondare il tutto c’è la greenway AbbracciaMi, anch’essa concentrica. In mezzo invece tutta la fitta rete di piccoli tracciati urbani, al servizio dei quartieri.
Attualmente, circa il 46% della rete principale risulta realizzato, in varia modalità, considerando entrambi i sensi di marcia. Alcuni itinerari strategici hanno già raggiunto livelli avanzati di completamento, superando l’80%, tra questi Buenos Aires-Monza, Gioia-Martesana, Monforte-Corelli, Naviglio Pavese (VenTo), Naviglio Grande, Sempione-Gallarate e Garibaldi-Testi. Attualmente sono in corso i lavori della pista ciclabile dal cavalcavia della Ghisolfa fino a piazzale Zavattari e quelli su via Boifava. A breve partiranno i lavori per la pista che collegherà Porta Romana ai Navigli, 2,3 km per senso di marcia.
Milano da camminare: 404 km di itinerari pedonali
Contemporaneamente Milano punta anche sugli spostamenti pedonali. Möves indica 194 spazi pubblici da ripensare in ottica pedonale, per un totale di 1.884.626 m². Il Comune ha individuato 109 ambiti scolastici da riqualificare segnalati nel percorso partecipativo, su cui intervenire al fine di incrementare la sicurezza stradale e aumentare gli spazi pedonali. Sono 404 i km di itinerari pedonali principali da riqualificare.
Il documento specifica anche le strategie di miglioramento: dare maggiore continuità alla rete pedonale e alle connessioni tra quartieri, aumentare la permeabilità interna agli isolati, identificare e sviluppare i percorsi pedonali principali, assicurandone continuità, sicurezza e qualità, così da collegare efficacemente servizi, scuole e attrattori urbani. Senza dimenticare il potenziamento delle connessioni col trasporto pubblico, per favorire anche l’intermodalità. Che può tornare utile anche per chi sceglie di spostarsi in bici. Un’altra soluzione è quella di continuare a puntare sui servizi di bike sharing.
Cuscini berlinesi, dissuasori e moderazione della velocità: la mobilità attiva ha bisogno di sicurezza stradale
Sul fronte della sicurezza stradale, il Comune di Milano prosegue con le installazioni contro la sosta selvaggia, con le auto che ostacolano spesso i percorsi pedonali e ciclabili a danno degli utenti deboli della strada. L’Amministrazione proseguirà con l’installazione dei cuscini berlinesi: dopo via Carlo Boncompagni, nel Municipio 4, ne saranno posizionati altri in tutti i Municipi. Il prossimo nel Municipio 2 in via Asiago, nell’ambito della riqualificazione dell’intersezione con via Ponte Vecchio e via Aristotele. E si allarga l’area in cui saranno posati i paletti dissuasori a protezione dei marciapiedi. Al momento sono quasi 500, ma l’obiettivo è arrivare ad almeno 200 per municipio in circa 40 località della città.
Inoltre, insieme ai Municipi sono state individuate circa 25 località in cui intervenire in via prioritaria con la moderazione della velocità, l’aumento dei passaggi pedonali e l’ampliamento dei marciapiedi. Ora sono in corso e in programmazione i lavori sulle intersezioni di corso di Porta Romana, sul passaggio pedonale di piazza 25 Aprile verso corso di Porta Garibaldi, in via Asiago con l’intersezione con via Ponte Vecchio, nel quartiere Gorla e in Carlo Marx, all’incrocio con via Benjamin Constant, a Quarto Cagnino e in via Gaetano Crespi nell’incrocio con via Pitteri e Caduti di Marcinelle nel quartiere Rubattino.
Non sono una persona sportiva ma sono in forma e vado in palestra. Salgo agevolmente in montagna, anche oltre i 1000m di dislivello. In bicicletta posso andare in piano a lungo senza problemi, senza accusare alcun dolore muscolare.
Questo weekend ho fatto un giro dalle mie parti (Brianza) di circa 60km.
Tutto bellissimo, bel tempo, zero traffico. Ma le salite poche (scelgo l'itinerario con cura) quando arrivano è una pena. Praticamente mi inchiodo: arrivo a toccare velocità minime (6km/h), fortunatamente ho buon equilibrio e riesco a procedere.
Ho una bicicletta da turismo piuttosto pesante, sui 16kg, e uno zainetto con il minimo indispensabile sul portapacchi. Comprendo che il mio setup non risponda alle esigenze di velocità che i ciclisti sportivi ricercano, e neanche ci aspiro, ma mi chiedo se ci sia qualcosa che mi sfugge.
Sono alla ricerca di sdritte di taglio non sportivo. Vorrei escludere che sia tutta e solo questione di allenamento.
Edit, visto che lo avete chiesto, monto un cambio 3x9: corone 44:32:22 e cassetta v9 34:30:28:23:17:13:11. Gli estremi li uso raramente.
Se vanno troppo veloci, il pedone ‘appare improvvisamente’ nel campo visivo.
Nell’immagine sopra la visione periferica dell’automobilista a 30 km/h e a 50.
Nell’immagine a sinista si vedono tre pedoni sul marciapiede destro e due pedoni sul marciapiede sinistro. Nell’immagine a destra i cinque pedoni spariscono.
Se uno dei pedoni decidesse di attraversare la strada, potrebbe apparire improvvisamente davanti all’automobilista, che avrebbe la percezione, errata, del pedone che ‘si butta’.
Questo è il motivo per cui, in prossimità di incroci, rotonde e passaggi pedonali è sempre importante rallentare: perché altrimenti sembra che i pedoni appaiano improvvisamente, e non c’è il tempo per frenare.
Ma l’effetto è dovuto alla velocità dell’automobilista, o ai suoi riflessi rallentati, non alla velocità del pedone, che normalmente cammina a 2-4 km/h.
È inoltre possibile anche il verificarsi di una particolare illusione ottica, data dalla velocità relativa del veicolo in arrivo e del pedone che cammina. È un’illusione ottica scoperta dall’Ing. Mauro Balestra e spiegata qui, con un link al suo libro: L’importanza di rallentare in prossimità dei passaggi pedonali: spesso gli automobilisti non vedono i pedoni, e poi si immaginano che siano comparsi all’improvviso
Considerando quindi che talvolta gli automobilisti non vedono i pedoni (per velocità eccessiva, imprudenza o illusione ottica), quando si vede arrivare un’auto veloce o relativamente veloce, il pedone che vuole attraversare la strada in sicurezza conviene faccia un gesto col braccio e attraversi solo se si vede l’auto rallentare visibilmente.
Però molti automobilisti, particolarmente in Italia, non sanno o fanno finta di non sapere che in prossimità di incroci e passaggi pedonali bisogna sempre rallentare, proprio per evitare di investire i pedoni.◆
Qui sotto il campo visivo alle diverse velocità secondo il PIARC, World RoadAssociation
stavo pensando di acquistare una bici dal valore di 1200€, la rattan lf ultra. Il problema è che ho troppa paura che possano derubarla (sono di napoli lol). voi che metodi utilizzate per posare le vostre bici in sicurezza? ho bisogno di consigli
Così per curiosità, quanti chilometri fate al giorno in bici?
Io personalmente la uso per raggiungere le fermate di TPL più vicine, quindi faccio in media tra i 2 e i 6 km al giorno. Però la uso anche per andare ad allenamento, circa a 4 km da casa, e per fare qualche giro per divertirmi (tra i 10 e i 30 km).
In totale arrivo a fine settimana che ho pedalato tra i 30 e i 50 km. Non sono molti, ma mi fa stare bene fisicamente e mentalmente. Inoltre risparmio un bel po' di soldi e non inquina l'ambiente.
2. Per ridurre l’uso dell’auto occorre migliorare il trasporto pubblico.
Purtroppo no, non basta, non è sufficiente
Molti in Italia difendono lo status quo dicendo: ‘va bene usare meno l’auto, ma prima bisogna offrire delle alternative’.
Si tratta di una consapevole o inconsapevole difesa della situazione esistente, per non cambiare, per frenare il cambiamento o per porre ostacoli ideologici, facendo finta di essere equanimi.
Ci sono due obiezioni a questa difesa d’ufficio dell’uso dell’auto come ‘necessità inderogabile perché non ci sono alternative’:
1. Quando si è trattato di incentivare l’uso dell’auto costruendo autostrade, strade e parcheggi mentre contemporaneamente si riduceva il servizio pubblico e si marginalizzavano ciclisti e pedoni, nessun governo ha chiesto prima il parere della popolazione. E nessuno ha detto: ‘va bene diminuire il servizio pubblico di treni, tram e autobus, ma prima bisogna dare un’automobile a tutti e costruire abbastanza strade e parcheggi’. Hanno costruito le strade, le autostrade e i parcheggi, smantellando i tram e diminuendo il servizio ferroviario per i pendolari.
2. Per agevolare l’uso dei mezzi pubblici e delle biciclette è spesso necessario togliere spazio alle auto: nelle città italiane lo spazio per fare corsie preferenziali, piste ciclabili e marciapiedi migliori spesso si trova solo togliendo posti auto o cambiando uso a qualche corsia stradale.
Ovviamente non si può fare tutto in un colpo, però è necessario agire avendo una direzione precisa.
Per esempio a Copenhagen nel centro hanno tolto ogni anno circa il 3% dei posti auto. In trent’anni li hanno tolti quasi tutti, usando lo spazio per creare corsie e piste ciclabili, marciapiedi, corsie preferenziali, aree pedonali.
La dinamica dei parcheggi è tale per cui togliere poche centinaia di posti auto al mese fa ben poca differenza (anche se gli automobilisti quando ne hanno notizia si comportano come se cascasse il mondo): per esempio, quando si asfalta una via si deve vietare il parcheggio, levando decine o centinaia di posti auto da un giorno all’altro. Gli automobilisti cosa fanno? Semplicemente trovano posto da un’altra parte.
Usare lo spazio per fare corsie preferenziali, piste ciclabili e marciapiedi migliora molto la mobilità urbana, aumentando la capienza stradale, ovvero la quantità di persone che possono transitare in una data larghezza stradale.
Un conto semplicissimo
Quanti posti auto si perderebbero facendo 100 km di piste ciclabili a Roma, Milano o Torino? In percentuale pochissimi. Chi si straccia le vesti perché le piste ciclabili tolgono ‘troppi’ posti auto non fa bene i conti.
Un km di pista ciclabile, se fatta al posto di parcheggi lungo strada, leva al massimo circa 180 posti auto: calcolando 5 metri per posto auto e tenendo conto che lungo la strada ci sono incroci, attraversamenti pedonali e passi carrabili, si possono stimare circa 180 posti auto per km lineare.
Quanti sono i posti auto in strada nelle città italiane? Centinaia di migliaia, nelle città più grandi alcuni milioni. Ecco alcune stime di massima (senza contare i posti in sosta vietata, ampiamente tollerati in tutte e tre le città):
Sono stime basate sul numero di automobili presenti sul territorio, moltiplicate prudenzialmente per 1,5 (e quindi senza tenere conto dei posti necessari per furgoni, scooter, motocicli, e la loro circolazione). Con tutto il margine di errore possibile, l’ordine di grandezza è questo: milioni di posti auto nelle città grandi, centinaia di migliaia nelle città medie.
Realizzando 100 km di piste ciclabili in una città si possono quindi togliere, se va male ai poveri automobilisti, nella peggiore delle ipotesi, fino a 18.000 posti auto in strada.
Cento km, non una pista ciclabile di 600 metri in una singola via.
18.000 sembra un grosso numero, ma è trascurabile rispetto al totale di posti auto presenti in una città. Cosa sono 18.000 posti auto in più o in meno in una città come Roma? Niente, rispetto al totale, soprattutto se consideriamo questo: a Roma si stima che ci siano circa 60.000 auto abbandonate, occupando circa 75-150 ettari di spazio urbano [Diario Romano]. Probabilmente ci sono analoghi numeri di auto abbandonate, in proporzione, anche nelle altre città.
Quindi, in definitiva per ridurre il traffico occorre potenziare i mezzi pubblici, migliorare i marciapiedi e fare piste ciclabili ben collegate fra loro. In questo modo chi può usa mezzi alternativi, e chi ha assolutamente bisogno della macchina trova meno traffico e ha meno problemi di parcheggio.
Però la strategia va perseguita sin da subito, gradualmente, senza aspettare il miracolo di mezzi pubblici meravigliosi prima di togliere poche centinaia di posti auto o prima di realizzare una nuova zona a traffico limitato. ◆
Qui tutti i capitoli del libro:
Il libro si può scaricare gratis qui sotto in formato pdf leggibile a video e stampabile su carta.
Conoscete il progetto? Si tratta di una pista ciclopedonale (con corsia dedicata ai pedoni ) di circa 32km che connette Andora a Ospedaletti. Per la maggior parte è stata costruita sulla sede della vecchia ferrovia dismessa circa una decina di anni fa in favore della nuova linea. Il tracciato passa su tutta la costa ligure di ponente, direttamente sul mare, tra le scogliere per buona parte del tragitto.
Devo dire che è una figata pazzesca, sia per fare un giro in bici che per andare a correre. La conoscete? Esistono cose di scala comparabile in altre parti d'Italia?
Ma molti amministratori pubblici glieli hanno promessi per decenni e glieli promettono continuamente. Si tratta di una forma di comunismo e statalismo inconsapevole in cui persone che sono ultraliberiste in fatto di ‘libertà’ di scelta su come viaggiare (ovvero essere liberi di scegliere l’auto) diventano improvvisamente comuniste in fatto di parcheggi: ‘l’amministrazione pubblica deve consentirmi di parcheggiare dappertutto, ma soprattutto sotto casa mia, sotto il mio posto di lavoro, in vacanza e davanti ai negozi dove devo andare, e gratis‘.
Ma è impossibile, per un semplice motivo geometrico facilmente verificabile: i posti auto occupano un sacco di spazio.
Per questo motivo, nella realtà quotidiana, da oltre un secolo:
È un principio di base del libero mercato: quando una risorsa è scarsa (lo spazio per parcheggiare vicino al teatro, al concerto, al ristorante) il prezzo aumenta; quando una risorsa è abbondante, il prezzo diminuisce. Curiosamente però per i gli ultraliberisti dell’automobile privata come libertà fondamentale questo è un principio di mercato che non è accettabile: il suv di alta gamma si paga caro, l”orologio di lusso costa, il vestito di sartoria è esclusivo, le scarpe fatte a mano costano un rene, ma il parcheggio in centro città se possibile si cerca gratis.
L’automobilista che sogna o che pretende parcheggi sempre gratis, comodi e liberi, forniti gentilmente dallo stato o dal comune, è un comunista inconsapevole, ma soprattutto è una persona che non sa fare i conti: ogni posto auto richiede circa 25 mq di spazio (12,5 per il posto auto, altrettanto per spazi di manovra e indispensabili corsie di accesso).
Per parcheggiare 400 automobili serve un ettaro di spazio, ovvero 10.000 metri quadrati (no, non è possibile trovare sistemi per farci stare più auto, a meno di non parcheggiarle con la gru, o di non obbligare tutti a usare solo minicar). I parcheggi sempre gratis, comodi e liberi puoi averli solo se vivi in campagna, e ci sono poche auto per km quadrato e non vai mai in centro del capoluogo di provincia o della città vicina. Dove ci sono tante auto, ovvero in città e nelle destinazioni turistiche in alta stagione, è impossibile. Quanto costa un ettaro di spazio urbano in centro a Milano, a Roma, a Firenze, a Forte dei Marmi o a Portofino? Perché qualcuno dovrebbe usarlo per farci parcheggiare gratis 400 automobilisti?
Per fare un esempio visivo, se l’Empire State Building fosse costruito oggi secondo le diffuse normative americane che impongono un certo numero di posti auto per ogni metro quadro di uffici o abitazioni in modo che tutti possano arrivarci in auto, avrebbe bisogno di un parcheggio grande come circa 14 isolati di Manhattan (fonte: Paved Paradise, di Henry Grabar, un libro che spiega in modo semplice molti dei misteri dei parcheggi). Oppure un parcheggio sotterraneo di almeno 14 spaziosi piani. Nel primo caso per parcheggiare e poi arrivare in ufficio devi farti almeno due o tre isolati a piedi (se sei fortunato); nel secondo caso devi farti in media sette o otto rampe per trovare posto. Non necessariamente comodissimo, a meno di non essere un vip con posto auto riservato al primo o secondo piano sottoterra.
Gli automobilisti vorrebbero tutti i parcheggi con tre caratteristiche: liberi, comodi e soprattutto gratis. Purtroppo è impossibile.
Ma molti amministratori pubblici glieli hanno promessi per decenni e glieli promettono continuamente. Si tratta di una forma di comunismo e statalismo inconsapevole in cui persone che sono ultraliberiste in fatto di ‘libertà’ di scelta su come viaggiare (ovvero essere liberi di scegliere l’auto) diventano improvvisamente comuniste in fatto di parcheggi: ‘l’amministrazione pubblica deve consentirmi di parcheggiare dappertutto, ma soprattutto sotto casa mia, sotto il mio posto di lavoro, in vacanza e davanti ai negozi dove devo andare, e gratis‘.
Ma è impossibile, per un semplice motivo geometrico facilmente verificabile: i posti auto occupano un sacco di spazio.
Per questo motivo, nella realtà quotidiana, da oltre un secolo:
È un principio di base del libero mercato: quando una risorsa è scarsa (lo spazio per parcheggiare vicino al teatro, al concerto, al ristorante) il prezzo aumenta; quando una risorsa è abbondante, il prezzo diminuisce. Curiosamente però per i gli ultraliberisti dell’automobile privata come libertà fondamentale questo è un principio di mercato che non è accettabile: il suv di alta gamma si paga caro, l”orologio di lusso costa, il vestito di sartoria è esclusivo, le scarpe fatte a mano costano un rene, ma il parcheggio in centro città se possibile si cerca gratis.
L’automobilista che sogna o che pretende parcheggi sempre gratis, comodi e liberi, forniti gentilmente dallo stato o dal comune, è un comunista inconsapevole, ma soprattutto è una persona che non sa fare i conti: ogni posto auto richiede circa 25 mq di spazio (12,5 per il posto auto, altrettanto per spazi di manovra e indispensabili corsie di accesso).
Per parcheggiare 400 automobili serve un ettaro di spazio, ovvero 10.000 metri quadrati (no, non è possibile trovare sistemi per farci stare più auto, a meno di non parcheggiarle con la gru, o di non obbligare tutti a usare solo minicar). I parcheggi sempre gratis, comodi e liberi puoi averli solo se vivi in campagna, e ci sono poche auto per km quadrato e non vai mai in centro del capoluogo di provincia o della città vicina. Dove ci sono tante auto, ovvero in città e nelle destinazioni turistiche in alta stagione, è impossibile. Quanto costa un ettaro di spazio urbano in centro a Milano, a Roma, a Firenze, a Forte dei Marmi o a Portofino? Perché qualcuno dovrebbe usarlo per farci parcheggiare gratis 400 automobilisti?
Per fare un esempio visivo, se l’Empire State Building fosse costruito oggi secondo le diffuse normative americane che impongono un certo numero di posti auto per ogni metro quadro di uffici o abitazioni in modo che tutti possano arrivarci in auto, avrebbe bisogno di un parcheggio grande come circa 14 isolati di Manhattan (fonte: Paved Paradise, di Henry Grabar, un libro che spiega in modo semplice molti dei misteri dei parcheggi). Oppure un parcheggio sotterraneo di almeno 14 spaziosi piani. Nel primo caso per parcheggiare e poi arrivare in ufficio devi farti almeno due o tre isolati a piedi (se sei fortunato); nel secondo caso devi farti in media sette o otto rampe per trovare posto. Non necessariamente comodissimo, a meno di non essere un vip con posto auto riservato al primo o secondo piano sottoterra.
Un posto auto richiede in Europa circa 25 metri quadri. Negli Stati Uniti lo standard invece è di circa 30 metri quadri, perché le auto americane sono mediamente più grandi di quelle europee e le utilitarie tipo Fiat Panda o Toyota Aygo sono praticamente sconosciute.
I 30 metri quadri per posto auto comprendono il posto auto vero e proprio (circa 5,5 metri per 2,7 nel caso americano) e gli spazi di manovra necessari per muoversi all’interno del parcheggio. Per 11.000 posti auto sono circa 330.000 metri quadri, pari a circa 33 ettari.
Uno spazio enorme, complessivamente maggiore dello spazio che i dipendenti Apple hanno per lavorare.
I posti auto per i dipendenti della Apple sono liberi e gratis: chi arriva trova sempre posto e non paga nulla. Ma non sono realmente comodi: come si vede dalla foto c’è da fare un bel pezzo di strada per arrivare dal parcheggio all’ufficio. Per farlo c’è un servizio di navette (usi l’auto privata per andare al lavoro, un mezzo pubblico per andare dal parcheggio all’ufficio…), delle bici messe a disposizione dall’azienda, oppure fare una bella passeggiata a piedi. Per avere un’idea della lunghezza del percorso, il diametro dell’edificio circolare è circa 500 metri. A seconda di dove parcheggi e dove lavori, per andare dal parcheggio alla tua scrivania devi fare da 500 a 1.200 metri a piedi, in bici o con la navetta.
Inoltre avere il posto auto garantito presso l’ufficio non risolve i problemi generali di parcheggio, perché ogni auto per circolare, idealmente ha bisogno di almeno tre posti auto:
In pratica: più si usa l’auto, più parcheggi servono. Più parcheggi si costruiscono, e più è difficile averne che siano contemporaneamente comodi, liberi e gratis. Anzi, è impossibile. E infatti la soluzione per risolvere i problemi di parcheggio in un quartiere o in un centro città è quella controintuitiva: usare il dynamic pricing per i parcheggi a pagamento, e togliere gradualmente i posti auto gratis, perché questi incoraggiano l’uso dell’auto. In questo modo chi ha realmente bisogno dell’auto troverà posto subito (e si sbrigherà per pagare meno possibile) mentre chi può userà i mezzi alternativi.
Per cui: la prossima volta che qualche automobilista chiede parcheggi gratis, liberi e comodi, sai che è un comunista (e non lo sa).
Se invece è un sindaco o un assessore che te li promette, sai che o mente o è incompetente. ◆
Di chi sono le strade? Chi ha titolo di starci, di usarle? Quali utilizzi dovrebbero essere incentivati e quali limitati? Il dibattito su queste tematiche, nel nostro paese, è stato totalmente assente perlomeno da che ho memoria, diciamo l’intero ultimo mezzo secolo. Per questo motivo dovrò necessariamente partire da zero per sviluppare un excursus con minime pretese di senso compiuto.
Stando al corpus normativo le strade sono, almeno formalmente, spazio pubblico, quindi di tutti. Nessun cittadino dovrebbe avere a pretendere su di esse alcun diritto superiore ad altri. Questo, almeno, nella teoria. La pratica è, in realtà, ben diversa.
Nei contesti urbani la strada nasce fin dall’antichità come spazio di separazione tra le abitazioni. All’interno delle abitazioni si realizza l’ambito privato, mentre nello spazio tra le abitazioni si ha la dimensione pubblica, l’incontro, il confronto, lo scambio. Le strade, le piazze, rispondono ad un’esigenza innata dell’animo umano: la socialità.
[...]
Col passare dei secoli accade qualcosa che mette in crisi questo modello. Accadono più cose, in realtà. Possiamo elencare: la nascita delle nazioni moderne dalla frammentazione dell’Impero Romano, lo sviluppo delle città come sedi del potere militare, l’inurbazione legata al miglioramento delle tecniche agricole e di allevamento, ed infine la rivoluzione industriale, che stravolge i modelli di sussistenza di larghissime fette di popolazione.
Le città crescono in dimensione e complessità, e parallelamente crescono le esigenze di movimento all’interno delle stesse, nasce il trasporto collettivo, prima coi tram a cavalli, poi con quelli elettrici. Ma l’impatto realmente devastante si ha con la raffinazione del petrolio e la sua applicazione ad un mezzo di trasporto individuale: l’automobile.
Il petrolio e l’automobile stravolgono completamente la forma delle città, e questo è più evidente nelle città del ‘nuovo mondo’, che sono cresciute senza un nucleo storico a fare da modello, ma influenza pesantemente la forma urbis di ogni città del globo terracqueo. Il petrolio fornisce quantità sconfinate di energia per animare i processi industriali, l’estrazione di materie prime, la produzione di cibo e la fabbricazione di oggetti.
D’un tratto l’occupazione principale dell’umanità passa dal farsi guerra reciprocamente al consumare il più in fretta possibile questa nuova risorsa, fabbricare oggetti di ogni forma e natura, nutrirsi meglio e godere di una ricchezza inimmaginabile per le generazioni precedenti.
Come impatta questo sulla forma città? In molti modi diversi. Più energia, più ricchezza, significano la possibilità di abitare in una casa propria, di possedere un’auto propria.
[...]
L’espansione della funzione abitativa non produce un equivalente decentramento delle altre funzioni della città, col risultato che masse di persone sempre più numerose sono ora costrette a muoversi frequentemente per tragitti progressivamente più lunghi.
Nell’immaginario collettivo l’unica soluzione possibile, e forse desiderabile, per far fronte a tale necessità diventa l’automobile.
Demonizzare l’automobile non è lo scopo di questo post. Rimane tuttavia necessaria una contestualizzazione degli esiti prodotti dall’utilizzo su larghissima scala di questo strumento, smontando le mitologie autoelogianti prodotte dalla massiccia e pervasiva propaganda, operata su un arco temporale di decenni, dall’industria dell’auto.
Cominciamo col dire che l’automobile è, del suo, un veicolo ingombrante. Questa realtà potrà non essere immediatamente percepita in una società ormai assuefatta al suo utilizzo, ma l’automobile occupa, abbastanza ingiustificatamente, molto più spazio di una persona che si sposti a piedi, ed occupa questo spazio, se parcheggiata in strada, anche quando non è in uso.
[..]
Inevitabilmente, il trasferimento di buona parte della popolazione nei nuovi quartieri di periferia, e l’assenza di un reale piano di decentramento delle attività lavorative e produttive, ha finito col produrre flussi centripeti di cittadini automuniti in direzione dei centri città, e l’esigenza di destinare spazi sempre maggiori alla sosta di tali veicoli.
Un’ulteriore aggravante a tale situazione è risultata l’abitudine tradizionale al possesso della casa in cui si vive. Questo ha prodotto, nel corso degli anni, un irrigidimento delle abitudini abitative, cui non ha corrisposto un’altrettanta rigidità delle situazioni lavorative. Il risultato, sull’arco dei decenni, è che le distanze tra abitazioni e luoghi di lavoro sono mediamente aumentate, e con esse la necessità di spostarsi con mezzi propri.
Il trasporto pubblico ha sofferto in vario modo queste trasformazioni sociali. Le politiche che hanno favorito la motorizzazione di massa non potevano che svantaggiare l’utilizzo del trasporto collettivo, ben più efficiente in termini di persone trasportate e limitata occupazione del suolo pubblico. Nel tempo è stata proprio la crescita esponenziale del numero di veicoli in circolazione ad imprigionare gli autobus negli ingorghi e ridurne la velocità commerciale.
Il colpo di grazia, ad una situazione già del suo estremamente degradata, è stata l’idea che il traffico, per scorrere, dovesse essere “fluidificato”. Questo ha comportato l’ampliamento delle sedi stradali, la riduzione degli spazi pedonali (marciapiedi), la marginalizzazione di modalità di spostamento più lente (anche se molto meno voraci quanto ad occupazione di spazi) come le biciclette. Per lunghi anni si è lavorato ad aumentare la velocità di scorrimento delle automobili all’interno dei centri urbani.
Il risultato di queste politiche è sotto gli occhi di tutti. In primis si registra un aumento dell’incidentalità stradale e della gravità degli incidenti. Il problema degli ingorghi non è stato risolto, al contrario, la velocizzazione operata sulle arterie che danno accesso al centro città ha esasperato la quantità di veicoli che si imbudellano quotidianamente nelle vie storiche. L’assenza di qualsivoglia piano per la delocalizzazione dei parcheggi di superficie ha condotto alla saturazione degli spazi sosta esistenti ed alla pratica diffusa ed incontenibile della sosta in doppia fila.
[...]
Riduzione dell’uso dell’auto, riduzione degli spazi ad essa dedicati, riduzione delle direttrici di transito e liberazione dal traffico delle zone residenziali in primis. L’organizzazione della mobilità nelle città dovrà privilegiare il trasporto collettivo affrancandolo dall’imprigionamento negli ingorghi prodotti dai mezzi privati.
Parallelamente si dovranno ridurre tutte le facilitazioni all’uso ed al possesso di veicoli privati, dall’ampiezza delle carreggiate stradali alla disponibilità di spazi di sosta sul suolo pubblico, cercando di limitare per quanto possibili gli utilizzi non motivati da reale necessità.
Ridurre l’utilizzo diffuso di auto private comporterà prima di tutto benefici economici rilevanti. La sola spesa sanitaria legata all’incidentalità stradale ed ai danni sanitari direttamente imputabili all’uso di automobili è nell’ordine di 1000€ l’anno a testa, mentre i costi annui di possesso ed utilizzo delle automobili sono nell’ordine di 6/7000€ a veicolo.
Buonasera a tutti mi sapete dare delle informazioni su questo marchio?qualcuno lo conosce?se si ne vale la pena o mi consigliate comunque il classico engwe?
A Londra gli spostamenti in bici sono passati dall’1,9% al 4,7%. [Ad Amsterdam sono il 60%].
Però, aggiunge, c’è un problema: a Londra solo il 26% dei ciclisti sono donne, mentre ad Amsterdam sono il 55%.
Le indicazioni secondo Russell King sono chiare: a Londra la bici viene ancora vista come un veicolo principalmente sportivo, mentre ad Amsterdam viene trattato come un normale mezzo di trasporto.
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Probabilmente Londra è una fase di evoluzione e crescita della mobilità: passando da una situazione di automobile regina della strada e mezzi pubblici di superficie in secondo piano, adesso sta arrivando alla situazione in cui anche la bicicletta è un mezzo di trasporto urbano con dignità quasi alla pari degli altri (anche se nella City, ovvero la zona più centrale di Londra, le bici hanno superato le auto come numero).
Il fatto che le cicliste siano ancora una minoranza è un forte indicatore di percezione del pericolo: le donne usano volentieri la bici solo quando si sentono più sicure. Quando l’infrastruttura è sufficientemente sicura, le donne in bici possono anche superare gli uomini, come ad Amsterdam, dove da anni ormai il 60% dei cittadini usa tutti i giorni la bici per andare a scuola o al lavoro, con grandi vantaggi per tutti in termini di rumore, inquinamento urbano, traffico, congestione da parcheggi.
Anche quella di Amsterdam fu una lunga evoluzione dalla città congestionata dalle auto degli anni ’70 del secolo scorso alla città delle biciclette dei decenni successivi e di oggi: Ad Amsterdam c’era un caos di auto come a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Vicenza, Firenze, Napoli, Palermo. Poi hanno risolto
ciao a tutti, da sabato ho tirato fuori una vecchia bici dal garage (una Collalti, montata dall’omonimo negozio a Roma una decina di anni fa). Oggi e’ il terzo giorno che faccio i miei spostamenti con la bici piuttosto che con la moto, e mi sta piacendo molto piu di quello che pensavo.
Sono il tipo di persona a cui piace molto smanettare e personalizzare i propri mezzi, cosa che ho avuto poca possiblita di fare sulla moto visto i costi e la complessità di montaggio, ma che invece vorrei affrontare sulla bici.
le cose che mi piacciono di meno per ora sono il manubrio e il sellino, che onestamente trovo esteticamente orrendi, che volevo cambiare con qualcosa di meno… da pensionato, e di più comodo, visto che qualche dolore al polso lo sento già dopo 30-40 min.
le gomme sono da cambiare quindi non ho tanta scelta. Ho visto ora che ho un enorme crepa sulla circonferenza di entrambe, chissà se riuscirò a tornare a casa!
Come performance ovviamente non penso di potermi esprimere piu di tanto, visto che l’elemento limitante sono sicuramente le mie gambe, ma mi piacerebbe avere una marcia con cui affrontare le salite, e stavo guardando il sistema(?) Megarange shimano, volendo prendere la corona da 7 velocità e un thumb shifter per sostituire quello a manubrio che ho che trovo scomodissimo. (Altus SL-M315 (7v) + MF-TZ500-7 14-34T).
Vorrei spendere il meno possibile, ma diciamo che un centinaio di euro ce li spenderei con piacere, visto che alla fine e’ un attivita saltutare. Secondo voi sto esagerando? Vale la pena fare questi upgrade o conviene che tengo la bici cosi?