Fermati. Fermati ora, è abbastanza. Basta così.
Hai fallito ancora, vero? Eccoti qui, ventinove anni portati come macigni sulle spalle, di nuovo al punto di partenza. Come sempre. Come ogni volta che hai creduto di poter essere qualcosa di più.
Ti ricordi quando hai iniziato? Quella laurea magistrale a ciclo unico in chimica che ti sei conquistato in ritardo, esame dopo esame, tra sangue versato sui libri, sudore nelle notti insonni e lacrime che non ammettevi nemmeno a te stesso. Ma non ti importava, cazzo, tu amavi la chimica. Soprattutto la chimica strumentale. Era l'unica cosa che ti faceva sentire vivo, l'unica in cui credevi davvero. Non hai mai mollato. Non lo facevi per orgoglio, lo facevi perché ci credevi.
Poi è arrivata quella tesi sperimentale. Un anno intero. Un progetto che avevi scritto di tuo pugno, con le tue mani, con la tua testa. Eri persino andato a raccogliere i campioni nelle fogne della tua città, letteralmente nella merda, perché quello era il tuo progetto e nessuno se ne sarebbe preso cura come te.
Ti ricordi quell'ultimo anno, vero? Come potresti dimenticarlo. La tua relatrice: cinquantasette anni, nessuna famiglia, nessuna vita al di fuori del laboratorio. E tu eri diventato la sua vita. Nove del mattino fino alle sei di sera, ogni santo giorno. A volte fino alle otto di sera. Perché dovevi fare gavetta, capito? Dovevi credere in questo progetto che ti avrebbe "spianato la strada" per una borsa di studio, per un dottorato. Questa era la promessa che ti faceva ingoiare tutto.
I tuoi colleghi tesisti tornavano a casa alle due del pomeriggio. Alcuni avevano persino la tesi già scritta dai loro professori, tutto pronto, tutto facile. E tu? Tu ne hai scritta una addirittura a un tuo collega tesista. Perché lo facevi? Perché eri stupido. Perché fallivi nel farti valere, sempre, costantemente. Perché non sapevi dire di no.
Hai fallito anche con lei, con la tua relatrice. Quella donna che ti obbligava a portarla fuori a cena il sabato sera e la domenica. Quella che pretendeva le sue interminabili telefonate fuori dall'orario di lavoro, invadendo ogni spazio della tua vita. Dopo dieci mesi di puro, umiliante servilismo, finalmente hai trovato il coraggio di mettere dei paletti. Dieci mesi. Ci hai messo dieci mesi per dire basta.
Ti sei laureato due mesi dopo. E senza nemmeno perdere tempo, senza nemmeno goderti la tua festa di laurea, a due giorni dalla celebrazione sei tornato da lei. Come un cane che torna dal padrone che lo ha picchiato.
Cestinato. Immediatamente cestinato con la più classica delle frasi fatte: "Non ci sono soldi, mi dispiace."
Sei uscito dalla sua stanza sconfitto. Ancora una volta sconfitto. Avevi fallito di nuovo.
Due mesi dopo hai scoperto la verità. Il tuo lavoro di un anno, i tuoi dati, le tue notti insonni, la tua merda raccolta nelle fogne – tutto era stato assegnato a un giovane che aveva vinto una borsa di studio. Con i tuoi dati. E che nel giro di qualche mese avrebbe vinto anche un dottorato di tre anni. Con il tuo lavoro.
Non hai pianto. Nemmeno una lacrima. Come se non meritassi nemmeno il diritto di soffrire apertamente. Invece hai fatto cosa? Hai sostenuto immediatamente l'esame di stato per esercitare come chimico. E l'hai passato al primo tentativo, per il rotto della cuffia. Il tuo terzo fallimento aveva finalmente preso forma concreta, tangibile: eri un chimico che nessuno voleva.
Dopo qualche mese hai iniziato a lavorare presso un Ospedale pubblico come analista chimico. Non sei stato pagato per un anno e tre mesi. Un anno. E tre mesi. Non hai mai visto un euro, nemmeno uno, ma eri contento lo stesso. Cazzo, eri contento. Perché? Perché facevi "esperienza". Sopravvivevi dando qualche lezione privata in nero, che ti permettevano di avere qualche soldo in tasca per non pesare troppo sulla famiglia.
Contemporaneamente facevi anche l'assistente universitario per un noto professore della tua città. Sei mesi di inferno puro: trecento candidati a ogni sessione, tra esami scritti e orali. E poi, il 17 luglio, sei stato sostituito. Da una ragazza più grande di te che era diventata cultrice della materia senza aver mai sostenuto alcun esame.
"Scusa, ma non mi servi più."
Questo era il messaggio che continuavi a leggere e rileggere, seduto su quel treno diretto verso casa. Le parole ballavano davanti ai tuoi occhi mentre il paesaggio scorreva fuori dal finestrino. Avevi fallito di nuovo. Un'altra volta.
Il 22 dicembre, alle ore 17:49 – ricordi persino l'ora esatta perché quel momento è tatuato nella tua memoria – dopo un anno e tre mesi di lavoro non retribuito, l'amministrazione dell'Ospedale ti ha comunicato che non saresti dovuto più tornare dopo le vacanze di Natale. Il tuo dirigente, quello che ormai non controllava nemmeno più le tue analisi ma firmava su fiducia, ti ha semplicemente detto: "Sai come funziona. Al momento la sanità italiana è messa molto male, non possiamo più tenerti e non mi sembra giusto continuare a sfruttarti gratuitamente."
Che regalo di Natale, eh? Bravo. Avevi fallito di nuovo. Ancora una volta non eri riuscito a dimostrare la tua utilità, il tuo valore, la tua ragione di esistere in quel posto.
Dopo due mesi hai vinto una borsa di studio, per il rotto della cuffia – sempre per il rotto della cuffia, mai con merito pieno – in un noto centro di ricerca nazionale nel settore pubblico. Finalmente qualcosa di concreto. Lavoravi per loro dando il duecento percento, macinavi campioni e dati continuamente, instancabilmente. Avevi persino chiesto di poter fare di più, e loro avevano acconsentito. Eri tremendamente entusiasta, completamente indipendente. Nessuno contestava mai il tuo lavoro, anzi, si fidavano di te. Continuamente.
Ma i mesi passavano velocemente, troppo velocemente, e il tuo contratto stava arrivando alla fine. Non volevi mollare quel posto, non potevi permettertelo. Quindi hai rispolverato il tuo progetto di dottorato, l'hai diviso e aggiornato in due progetti di ricerca che hai presentato alla tua responsabile.
Progetti approvati. Finanziati. Entrambi.
Ma via via che passava il tempo, sempre più estranei volevano una fetta di quei finanziamenti. All'atto pratico era diventato l'ennesimo progetto che spremeva le casse dello stato senza fornire nulla di concreto, nulla di utile. Non volevi fallire di nuovo, non quella volta. Non dopo che tornavi a casa e lavoravi fino alle undici di sera, ogni sera.
Hai preparato tutte le email, raccolto tutti i documenti e li hai presentati al direttore del tuo dipartimento, dimostrandogli nero su bianco che i tuoi capi stavano lucrando su quel progetto. Pensavi di fare la cosa giusta, di essere finalmente coraggioso.
Due mesi dopo hai scoperto che anche lui aveva una fetta di soldi di quei progetti. Non era cambiato nulla. Niente era cambiato. Tu invece eri diventato "l'uccellino che cantava troppo". Continuavi a lavorare per quell'amministrazione che ti chiamava "ratto" ma che ti teneva perché – parliamoci chiaramente – in un'amministrazione pubblica fa comodo avere qualcuno che fa il lavoro di tre persone per lo stipendio di uno.
Avevi fallito di nuovo. Ancora una volta non eri abbastanza. Non saresti mai stato abbastanza.
Verso la fine del tuo contratto sono uscite altre posizioni, sempre all'interno di quella stessa amministrazione pubblica. Le commissioni erano costituite dai tuoi dirigenti, gli stessi che firmavano le tue analisi senza mai metterle in discussione, che avevano piena fiducia nei tuoi confronti. La mattina e il pomeriggio lavoravi per loro, la sera studiavi per quelle selezioni.
Hai partecipato a otto differenti selezioni. Otto. Non ne hai vinta nemmeno una. Neanche una.
Tutti i tuoi colleghi che avevano il contratto in scadenza come il tuo venivano rinnovati, uno dopo l'altro. Erano più grandi di te, con più esperienza, ma prima o poi doveva arrivare anche il tuo turno, no?
No. Non è mai stato così. Non per te.
L'ultima selezione: eravate solo in due candidati. Tu, con la laurea magistrale, le pubblicazioni scientifiche, l'esperienza sul campo. E lei: madre di famiglia giovane, senza laurea, solo con un diploma di tecnico.
Sei stato battuto anche quella volta. Accecato dalla rabbia, chiedendo spiegazioni, ti è stato semplicemente detto: "Lei ha un bambino piccolo ed è senza laurea, ha molte meno possibilità di te nel mondo del lavoro."
Il tuo contratto è finito e te ne sei andato sotto lo sguardo di tutti quelli che invece ti avevano battuto, superato, surclassato. Avevi fallito. Ancora una volta.
Dopo tre mesi eri stanco. Davvero stanco, esausto fino al midollo, ma non ti volevi arrendere. Ormai non era più passione per la chimica, ammettiamolo. Era solo ego e arroganza che ti spingevano a rimanere in questo settore maledetto. Così hai deciso di lavorare per un'azienda privata con una pessima reputazione ma che ti aveva promesso una posizione di rilievo. Potevi finalmente scappare da quella città che ormai odiavi con ogni fibra del tuo essere.
Un altro errore. Un errore che ti è costato caro.
Vessazioni quotidiane. Insulti continui. Critiche taglienti. Isolamento totale. Ogni singolo giorno il tuo responsabile trovava una scusa diversa per darti dell'incompetente e umiliarti davanti a tutti. Ma tu non mollavi, ti eri chiuso in te stesso come un animale ferito e ogni giorno ti presentavi a lavoro in quel paese sperduto, a trecento chilometri dalla tua famiglia e dai tuoi amici.
Dopo appena due settimane dall'inizio del tuo lavoro eri confinato su una sedia. Anche quando chiedevi di poter lavorare, di poter fare qualcosa, qualunque cosa, ti veniva detto sempre di no. Dovevi stare seduto a fissare il vuoto. Otto ore al giorno. Ormai eri stato etichettato come "il cretino", e forse lo eri davvero. Quindi potevi fare solo quello: esistere e basta.
Nessuno ti voleva formare. Nessuno voleva puntare su di te. Durante il colloquio pensavano che fossi il Gesù della chimica, e dopo un mese e mezzo dall'inizio del tuo lavoro per quell'azienda privata, eri nello studio dei tuoi capi insieme al tuo responsabile.
"Hai davvero deluso le nostre aspettative. Pensavamo fossi un altro genere di persona."
Volevi difenderti. Volevi dire che non era colpa tua, che non ti avevano dato una possibilità, che nessuno ti aveva formato. Ma rimanevi pietrificato davanti alle parole del tuo responsabile, lo stesso che ti avrebbe dovuto formare. Gli brillavano gli occhi mentre elencava tutte le tue incapacità, l'impossibilità di poter lavorare con te.
Un padre di famiglia. Un uomo che aveva più del doppio della tua età esponeva tutta la tua incompetenza ai vostri capi con gli occhi che gli brillavano di gioia e soddisfazione pura. Ci godeva. Stava godendo della tua distruzione.
Anche in quell'occasione hai fallito. Non hai detto una parola. Hai accettato l'ultimatum di una settimana per essere "produttivo al cento percento". Eri comunque convinto del licenziamento, quindi in quella settimana, per pura arroganza ed ego personale, hai lavorato in maniera impeccabile. Non sbagliavi nulla, facevi tutto subito e in modo perfetto. Eri persino contento quel fine settimana. Forse, finalmente, le cose sarebbero cambiate. Forse finalmente ti avrebbero visto.
Torni a lavoro il lunedì e di nuovo, il tuo responsabile ti confina su una sedia a non fare nulla. Di nuovo. Durante quell'ultima settimana vi eravate completamente ignorati – non poteva certo criticare il lavoro svolto – ma da quel lunedì ti doveva almeno assegnare del carico di lavoro. Invece ti ha tenuto seduto e fermo per otto ore. Come un pupazzo rotto.
Ti sei recato dal tuo datore di lavoro spiegando la situazione, dicendo che eri pronto ad andartene perché non ti veniva dato lavoro, anche se non avevi sbagliato nulla. Non ti veniva data fiducia. Eri confinato su una sedia come un bambino punito.
"Apprezzo la tua onestà. Molti al tuo posto sarebbero rimasti a fregarsi lo stipendio fino alla fine del contratto. Accetto le tue dimissioni."
Hai guidato per due ore. Piangevi. Ma stavolta piangevi di gioia, una gioia malata e liberatoria. Per la prima volta non ti importava più di aver fallito. Eri contento. Stavi scaricando tutto lo stress accumulato in quei mesi infernali.
Siamo finalmente arrivati a oggi, mio caro lettore. Oggi.
Ho mandato un totale di milleduecentoottantasette curriculum vitae tramite LinkedIn e altre piattaforme, per posizioni in tutta l'Italia, da quando mi sono laureato. Milleduecentoottantasette tentativi. Milleduecentoottantasette speranze infrante.
Ho chiesto aiuto su Reddit, trovando redditor che mi offrivano contratti da chimico per un anno a seicento euro al mese.
"Siamo piccole famiglie, e in ogni piccola famiglia si devono fare sacrifici."
Stronzate. Questo mi ripetevo dopo ogni colloquio. Stronzate, stronzate, stronzate.
Sono seduto alle poste. Accanto a me ho due signore anziane che parlano dei successi dei loro nipoti. Uno è diventato ingegnere, l'altra ha aperto un'attività tutta sua. Ridono. Sono orgogliose.
Io invece sto aspettando il mio turno per pagare le tasse e iscrivermi all'ordine dei farmacisti. Sì, perché la mia laurea permette di fare anche questo mestiere, e anni fa avevo già sostenuto l'esame di abilitazione. Non ho mai odiato l'idea di fare il farmacista, semplicemente non lo volevo fare. Era la mia ultima spiaggia, il piano Z, quello che avrei fatto solo nel caso in cui i miei genitori malati non fossero arrivati a oggi.
Un farmacista in Italia è trattato peggio di un commesso, soprattutto se donna. Lo so. Ma ormai cosa mi resta?
I miei pensieri vengono interrotti dal rumore del tabellone elettronico che chiama il nuovo numero per andare allo sportello. Ogni volta che il mio sguardo ritorna sul cellulare, spero dentro di me di ricevere un'email all'ultimo minuto. Una di quelle milleduecentoottantasette aziende che finalmente mi dice: "Ti vogliamo. Vieni da noi."
Ma non arriva nulla.
Ho riletto le mie varie pubblicazioni scientifiche negli ultimi giorni. Non trovo più nessuna gioia nel voler continuare questo percorso. Ripenso a tutte le tecniche analitiche che ho imparato, a tutti gli strumenti che ho utilizzato, alle ore passate in laboratorio. E forse la colpa è stata davvero mia. Ho sperimentato diversi settori, diverse tecniche, senza mai specializzarmi veramente in nulla. Sono stato tutto e niente. Un tuttofare senza arte né parte.
È apparso un nuovo numero sul tabellone. La signora anziana alla mia destra si è alzata. Aveva il duecentoquarantanove.
Io ho il duecentocinquantuno.
Tra poco sarà il mio turno. Tra poco chiuderò definitivamente questa porta e ne aprirò un'altra che non ho mai voluto oltrepassare.
Ho fallito. Di nuovo.
Forse per l'ultima volta.
O forse è solo l'inizio di una nuova serie di fallimenti, chi lo sa.