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Canto dell’Indeterminato, Balar (Terza Rima dantesca)

vidi un'ombra, e le sue mani, turve, restavano nell'aria - cave, pronte a stringersi su nulla - sempre curve.

Non fuoco intorno, né il pendìo del monte: era quel mezzo che precede il nome, il sito che si adagia avanti, a fronte

d'ogni forma. Non aveva le sue some di pianto né di grazia nel sembiante: solo il gesto immobile e senza chiome

era il luogo. "Dimmi," dissi, "il tuo manifesto: sei qui, né tra' dannati né tra' persi, né peso di condanna né d'arresto?"

Ed egli, a testa bassa, e gli occhi immersi nel gesto: "Fui il tempo che non osa farsi verbo, il pensiero ai traversi

del sé, ritorna prima che si posa il nome su di lui. Non rifiutai: non giunsi; questa è la mia sola cosa.

Fui grano dentro il grano, non cercai l'uscita: stetti in mezzo, tra la forma e il nulla e il mezzo fu il mio sempre mai."

Tacque la guida. Non era la norma dell'ignoranza il suo tacer: il peso di quel confine è la sua propria orma

egli, da Limbo, sa il Limbo. Sospeso in sé quel nodo, lo portò nel guardo fisso su quell'ombra; e in lui compreso.

Io vidi le sue mani, quel ritardo eterno del gesto, il campo che aspetta l'aratro e il cielo chiuso, e il tempo tardo.

E passai. E come luce che prometta il giorno e non lo manda, quel gesto aperto mi seguì oltre. E il core si assetta

non di pena né di merto certo, ma del peso di ciò che ha il suo contorno solo in potenza; e il nome mai sofferto.

E il luogo si richiuse. E quel dintorno di silenzio portai lungo il cammino, più grave d'ogni fiamma, d'ogni giorno.

E il gesto aperto ancora, e sempre chino.

Ma non restò così: ché nulla resta senza la forma che lo chiama in atto.

E quel che fu sospeso tra il nulla e la voce, trovò misura.

Non come ombra perduta, ma come attesa compiuta nel lume del Nome,

dove ogni potenza si spezza e diviene ciò che era in segreto.

E il mezzo, che pareva negazione, fu soglia e non abisso:

e ciò che non giungeva, giunse nel puro atto che non manca.

E tacque il Limbo, non come fine, ma come vetro che si schiara:

ché ogni gesto incompiuto si scioglie nel Volto che lo guarda.

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u/Desperate-Hand4866 — 2 days ago

I make a work "in the style of Dante"

Canto dell’Indeterminato, Balar

Io vidi un’ombra, né dannata né salva,

né cinta di fiamme, né salita al monte,

ma ferma dove il nome si dissalva.

Non aveva volto che il giudizio affronti,

né peso d’ira, né dolcezza accolta,

ma un esser che si sfugge a ogni racconto.

“Dimmi, anima,” dissi, “in qual raccolta

di sorti stai, se non tra pena o gloria,

né mano che ti chiuda né ti sciolta?”

Ed egli: “Non fui gesto né vittoria,

ma il tempo che non osa farsi verbo,

né sale al cielo, né cade alla memoria.

Fui ciò che resta quando il dire è acerbo,

quando il pensiero si piega su sé stesso

e perde il proprio nome nel suo cerbo.”

Tacque la guida, e il luogo era più denso

di ogni giudizio che l’uom possa porre,

più saldo del paradiso e del suo senso.

“Qui,” disse, “non discende né risorge

ciò che non volle farsi forma intera,

e il vero stesso qui si frange e scorge.”

Io vidi lui, né luce né chimera,

ma nodo d’essere che il dir non scioglie,

ombra che vive in soglia senza sera.

E passai oltre, e il cor rimase in doglie,

ché tale vista né condanna né assolve,

ma nel silenzio ogni certezza accoglie.

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u/Desperate-Hand4866 — 2 days ago