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Parere sulla prosa

Salve a tutti. Condivido qui un piccolo estratto del mio romanzo. Che ne pensate della mia prosa? Buona? Decente? Terribile? Quali sono gli eventuali aspetti postivi e quelli su cui lavorare? Grazie a tutti!

"Gli zoccoli affondarono nel fango mentre la pioggia batteva sul sentiero limaccioso. A poco a poco, si placarono entrambi: il galoppo si fece trotto, il temporale una lieve precipitazione, il cielo che iniziò ad aprirsi all’orizzonte. Giunti alla fine del passo, arrestarono bruscamente i destrieri.

«Laggiù» indicò il cavallerizzo in testa allo squadrone, sulle spalle una cappa azzurra con un argenteo grifone rampante agitato dal vento.

Il suo indice puntava a valle: come le cavità di un tafone sulla spiaggia, grandi macchie nere di cenere, alberi morti e terra bruciata la facevano da padrone, lì dove serpeggiava il sentiero che congiungeva colle e pianura.

«Agenore» disse il cavaliere alla sua destra, «sei davvero sicuro di voler... ?»

«Come mai lo sono stato in vita mia» rispose questi con fare malinconico.

«Signore, credo che dovreste ascoltare Ignazio» prese parola un cavaliere di rango inferiore. «Capisco che per voi sia una questione personale, ma...»

«No, non è solo per questo» sospirò Agenore, l’inverno sul suo volto. «Quella creatura ha mietuto troppe vittime innocenti. Tanto in città, quanto nei dintorni. Non possiamo permette che altri...»

Il paladino fissò in silenzio i suoi uomini; il solo rumore era l’intensa folata che scompigliò i suoi lunghi capelli biondi.

«Agenore» disse nuovamente Ignazio, «ti prego di rifletterci attentamente. Ne vale davvero la pena? Cosa farebbe tuo padre senza di te? Cosa farebbe l’intera Castelmano? Inoltre, nessuno mette in dubbio le tue abilità, affatto, ma…un’impresa del genere è...»

«Messer Ignazio» lo interruppe Agenore; la sua voce era calma e comprensiva, eppure emanava un tale alone d’autorità che solo a sentire il proprio nome, Ignazio si cucì la bocca. «E anche voi: messer Fiorenzo. Messer Nereo. Messer Elia. Sapete bene quanto me che una minaccia del genere non concede la grazia di scegliere. Inoltre, non è certo la prima volta che sfidiamo l’impossibile e ne usciamo vittoriosi... tutti e cinque insieme. Non c’è impresa troppo ardua, sinché ho voi al mio fianco».

Il quartetto sorrise al capitano, un misto di fratellanza e gratitudine.

«In marcia!» disse lui a pieni polmoni.

Nitriti, impennate e la cavalleria riprese il trotto, scendendo la montagna. Nel tardo pomeriggio, videro apparire un’insegna su cui era intagliata alla bene e meglio la testa di un suide. Troneggiava in cima alla vecchia taverna, lo sguardo fisso sul viandante. La Tana del Cinghiale era uno degli sparuti segni di vita in quel tratto del bosco, una bettola che attirava individui poco raccomandabili come Icaro verso la luce del sole; un luogo in cui era meglio badare al proprio bicchiere e non volgere sguardo o parola ad anima viva, previo ritrovarsi un pugnale conficcato in gola.

Più che una sosta di piacere per abbeverarsi, quella era una visita a una vecchia conoscenza, una piccola canaglia la quale era spesso fonte d’informazioni attendibili e assai preziose. Varcata la soglia, gli occhi di ogni creatura furono su di loro, dagli gnomi relegati al tavolo più isolato sino a imponenti mezzigiganti che arrivavano quasi a sfiorare il soffitto. Quando s’avvicinarono al bancone, l’oste, un viscido esserino rachitico e gobbo dal naso adunco e la pelle verde, in piedi dietro il tavolo per mezzo di una botte, ghignò, strofinandosi le mani.

«Ah, messer Agenore!» esclamò con una vocetta da stridulo uccellaccio del malaugurio. «È sempre un piacere, capitano, un vero piacere!»

«Frena pure quella linguaccia da goblin, Pernicioso!» ringhiò Fiorenzo, squadrandolo con disgusto.

«Oh, sicuro, sicuro» rispose Pernicioso con un inchino che sapeva tanto di salamelecco. «Allora? Come posso servivi oggi, miei signori?»

«Credo tu possa ben immaginarlo...» disse Agenore dopo un lungo sospiro.

I furbeschi occhietti di Pernicioso squadrarono il cavaliere da cima a fondo, una conversazione tra i due che si svolse senza l’utilizzo della parola. Agenore ordinò cinque birre e prese la scarsella, riversando sul bancone una considerevole quantità d’oro, di molto superiore alla cifra necessaria per saldare il conto. Pernicioso esibì la sua dentatura giallastra e storta, per poi piegarsi in avanti e attirare a sé il danaro con le sue ditacce unghiute.

«Hanno avvistato quella bestiaccia stamane» spiegò il goblin mentre contava i soldi. «Volava verso nord. Diverse voci a Rocca Mostri affermano d'averlo visto discendere sul Petrano: pare che la sua tana sia laggiù, in una grotta vicino alla sorgente del Verdeno».

Consumati i boccali, il quintetto uscì dalla locanda. Coi piedi sulla soglia, la vista periferica di Ignazio intravide uno spettacolo poco gradito.

«Lasciatemi ho detto!» tuonò la voce di una giovane fanciulla con corna caprine, un misto di rabbia e paura.

Il suo polso era ghermito dalla manona callosa di un buzzurro irsuto e mal vestito, lo stesso mezzogigante intravisto nella Tana. L’altra mano s’allungava sulla scarsella della giovane.

«Avanti, tesorino» bofonchiò, un vocione cavernoso che puzzava d'alcol e cipolla. «Molla la borsa e non accadrà nulla...»

Cieco dalla rabbia, gli occhi divenuti due fessure e le narici dilatate, Fiorenzo stava già agguantando quell’enorme falce dai motivi serpentini che teneva alla schiena.

«Fiorenzo» lo pregò Agenore.

Bastò un solo sguardo alle iridi grige del suo capitano che il cavaliere raffreddò i bollenti spiriti e si fece da parte, lasciando la questione in mani meno impulsive. Agenore avanzò verso il brutto ceffo con un sorrisetto sardonico.

«Buon dì, stimato gentiluomo!» disse il paladino, le braccia spalancate. «Se posso, mi par di capire che la signorina non gradisca molto la vostra compagnia. Per tanto, e scusatemi ancora l’intromissione, davvero... vi pregerei cortesemente di lasciarla andare. Subito».

«Ah, sì?» grugnì il mezzogigante, sputando al suolo. «E chi saresti tu per darmi ordini, damerino?»

«Agenore Corvino» rispose lui perentorio, scandendo ogni sillaba. «Figlio del conte Ambrogio e della contessa Teresa, capitano dell’Ordine dei Cavalieri di Castelmano… e attuale Guerriero Grifone».

A sentir quel titolo, la faccia del bifolco mutò: la mascella decadde, gli occhi si spalancarono e un tremolio scosse il suo corpo come un albero spoglio sotto il vento autunnale; nemmeno s’accorse d’aver mollato la presa sulla graziosa giovinetta, la quale s’allontanò di gran carriera. Il tutto poteva chiudersi lì, ma un moto d’orgoglio – o di stupidità? – ridestò il mezzogigante, il quale estrasse una vecchia spada rugginosa dal fodero: l’unica reazione di Agenore fu una risatina di scherno, il capo basso scosso in un no.

«Datemi retta, mio buon amico» lo ammonì, rifacendosi serio, «per il vostro bene, mettete via la lama, chiedete perdono alla fanciulla e poi andatevene».

Cavaliere e mezzogigante si fissarono ringhiando come due randagi litigiosi. Gli altri quattro paladini subito mossero un piede in direzione del capitano ma questi, con un cenno, l’invitò a mantenere la posizione. Il mezzogigante sbuffò come un toro e rugliò come un orso... con entrambe le mani su quell’enorme pezzo di ferro arrugginito, partì alla carica. In un battito di ciglia, il polso destro di Agenore scattò ai fianchi, impugnando una spada meravigliosa, unica nel suo genere: in argento puro, la guardia era modellata sulle ali di un’aquila, la testa del fiero rapace a mo’ di pomolo. Lungo la lama, era incisa un’apparente locuzione in latino: pro aquilā et leōne. Il medesimo motto era impresso lungo il bordo di uno scudo dorato con incavati al capo che riproduceva la testa di un possente leone ruggente.

Il mezzogigante tentò un dritto sgualembro, ma Agenore lo parò senza la benché minima difficoltà, costringendo l’avversario ad arretrare. Ripartì all’assalto e il duello ebbe ufficialmente inizio. Vedendolo in azione, era chiaro quanto il cavaliere fosse uno spadaccino fuori dal comune, compensando così lo svantaggio di una statura più contenuta. Agitava quella spada con una grazia e un’abilità tale che avrebbe potuto sfidare e vincere tutti e tre i moschettieri di Dumas in contemporanea, per poi rifilare una sonora sconfitta anche al D’Artagnan. Non passò molto prima di marcare definitivamente la sua superiorità con un colpo che squarciò la manica destra del nemico, aprendogli una ferita sul braccio.

«Siete ancora in tempo per arrendervi e fare quanto vi ho detto» lo informò con voce ferma.

Sordo agli avvertimenti del cavaliere, il mezzogigante tornò all’attacco con un fendente. Agenore parò anche quel colpo e con un efficace contrattacco deviò la spada, rompendo la sua guardia. Un affondo deciso e la lama trapassò il torace del mezzogigante, il tempo di rendersene conto che Agenore la sfilò vedendolo cadere al suolo, privo di vita. I compagni in festa del capitano si unirono a lui, ma Agenore si fece largo tra i suoi camerati, approcciando con prudenza e tatto la fanciulla, sventurata vittima di quel porco che giaceva in mezzo al fango.

«State bene?»

«S-sì» singhiozzò la giovinetta con gli occhi bassi. «G-grazie, mio signore. Se non foste intervenuto, non oso immaginare cosa...»

«Sssh» le sussurrò dolcemente, sistemandole una ciocca dei capelli biondi che spuntava dalla cuffietta.

«Ora è tutto finito, mia cara».

«S-sì» disse lei, abbozzando un piccolo sorriso tra le lacrime.

«Posso chiedervi il vostro nome?»

«Adalgisa» rispose lei, il capitano che le asciugò gli occhi.

Su richiesta di Agenore, la ragazza narrò la propria storia.

«Sono orfana, mio signore» disse mestamente. «I miei genitori erano due umili contadini. Mia madre era un fauno e mio padre apparteneva alla vostra specie. Un’unione considerata blasfema da entrambe le loro famiglie. Hanno lasciato la città e si sono trasferiti in campagna. Dalla loro morte, sono io a dovermi occupare della fattoria e di Publio».

«Publio?»

«Il mio fratellino, signore» spiegò Adalgisa. «È ancora fanciullo e cagionevole di salute. Ogni tanto vengo qui alla locanda a dare una mano ma...»

«Ma quella vecchia canaglia di Pernicioso non paga bene, vero?»

Poco dopo, Agenore e compagni rientrarono nuovamente nella Tana. Con qualche buona parola e la lama del capitano puntata alla gola, il goblin accettò di versare il pagamento extra dei cinque nelle tasche di Adalgisa. La giovane mezza fauna insistette per non accettare, ma alla fine il carisma e la saggezza di Agenore la convinsero.

«Lo so, purtroppo non è molto» disse il cavaliere rammaricato, «ma dovrebbe bastarvi per un buon medico e per l’imminente inverno».

Prima di congedarsi definitivamente da Agenore, la buona fanciulla intendeva donargli un piccolo pegno della propria gratitudine. Alzandosi sulla punta dei piedi, s’avvicinò al volto del capitano, piantandogli un casto bacio sulla guancia.

«Che Iddio assista voi e i vostri uomini, Guerriero Grifone» sussurrò, carezzandolo teneramente in volto.

Agenore le fece un elegante inchino, per poi prenderle delicatamente la mano destra. La baciò sul dorso, prima di restituirla ad Adalgisa. Il capitano si riunì allo squadrone, montò sul proprio andaluso dal pelo bianco e tutti insieme ripartirono alla volta dell’impresa."

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