Vergogna e tossicodipendenza
M25
Sono stato un tossicodipendente dai 16 ai 23 anni.
Nonostante abbia raggiunto il traguardo della sobrietà, la convivenza con l’ingombro del passato continua ad essere estremamente dolorosa.
Mentre i miei fratelli sono riusciti a realizzarsi, pur con le loro difficoltà, soltanto la mia esistenza si è espressa in maniera tale da rendere evidenti le conseguenze di una famiglia disfunzionale.
Mio padre, per qualche assurda ragione, quando si separò da mia madre iniziò a parlarmi continuamente della sue inibizioni sessuali, delle sue infedeltà, obbligandomi tacitamente a mantenere il segreto. Sono l’unico a sapere determinate cose di lui, e da allora provo un disgusto che ancor oggi non mi abbandona.
Ho il disturbo di personalità borderline, e nel periodo di massima sofferenza psicologica ho colmato di preoccupazione i miei famigliari, oltre ad aver danneggiato irreparabilmente la mia reputazione.
Durante la disassuefazione ero continuamente spaventato dalla mia ipocondria, mi sottoponevo a dozzine di esami perché ciclicamente mi convincevo di avere delle malattie.
Avevo scatti d’ira, periodi di isolamento assoluto in cui mi rinchiudevo nella mia stanza per la totalità della giornata, luogo che abbandonavo soltanto nel cuore della notte, per mangiare da solo nella cucina.
Ora che ho riacquistato la lucidità, paradossalmente, mi sento non integrabile: si tratta di una percezione del tutto nuova, smarrente perché priva di rimedi.
L’angoscia è iniziata nel momento in cui ho preso coscienza del fatto di quanto la mia biografia mi escluda dal solco della normalità.
Non sarò mai “normale” agli occhi di chi mi ha conosciuto e cresciuto in questi anni, ho come l’impressione che per me nessuno preveda un’esistenza ordinaria - nel senso più desiderabile del termine - ma un suo surrogato.
Percepisco dolorosamente la diffidenza che adombra la premura dei gesti più dolci, e negli sguardi di chi mi ama intravedo il disagio di chi non sa quanto a lungo possa durare questa fase di relativa pace, e il supporto che ricevo mi rende ancor più evidenti le mie colpe, le mie mancanze.
So perfettamente che hanno paura di me, che non hanno dimenticato la violenza verbale e fisica di cui mi sono reso capace. So che dubitano di ogni cosa che dico e la ridimensionano preventivamente.
Vorrei poter tornare indietro, ma non è possibile.
Quand’ero adolescente l’idea di una morte prematura riusciva a rasserenarmi, narcisisticamente mi era di sollievo immaginare il mio funerale, l’ipotesi che la morte potesse emendare le mie colpe, pur turpi che fossero.
Erano tutte stronzate ma anche quelle in mancanza di meglio sanno dare una mano. “La fiducia in un nulla migliore”: morire sarebbe stato questo per me.
Non sono mai stato credente ma c’è un passaggio dell’Ecclesiaste che mi ha sempre commosso fino alle lacrime:
“Ho poi considerato tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole. Ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c'è chi li consoli. Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non è e non ha visto le azioni malvage che si commettono sotto il sole.”
Vorrei soltanto non provare più alcun sentimento, riuscire a costruire una vita altrove, lontano dalla famiglia da cui ora dipendo.