
Dopo il Remigration Summit di sabato scorso a Milano, sentiremo sempre più parlare di «REMIGRAZIONE». Ma cosa significa davvero?
In questi mesi abbiamo sentito parlare sempre di più di REMIGRAZIONE.
Dalle campagne politiche dell’estrema destra fino alla recente manifestazione in Piazza Duomo a Milano (a cui ha aderito la Lega di Salvini, mentre Fratelli d’Italia e Forza Italia non hanno partecipato al corteo), la parola significa fondamentalmente una cosa: «rimandiamoli a casa loro».
Come ha spiegato benissimo Pagella Politica, il termine indicava nelle scienze sociali il ritorno volontario dei migranti nel Paese d'origine.
A partire dagli anni ‘90 però è stata progressivamente adottata dai partiti di estrema destra in Austria, Francia e in Germania come soluzione «all'islamizzazione del continente».
Secondo la Treccani è un «eufemismo dietro il quale si cela il ritorno forzato di persone immigrate nei loro Paesi d'origine».
Secondo i teorici della «remigrazione», le espulsioni per gli stranieri privi di permesso di soggiorno non bastano.
Serve un piano per far tornare nei Paesi d'origine anche le persone legalmente presenti in Italia: cittadini extracomunitari con permesso di soggiorno da almeno un anno, richiedenti asilo e titolari di permessi non rinnovabili.
Negli anni scorsi la parola è arrivata negli Stati Uniti, complice anche Donald Trump.
E quindi si è diffusa anche in Italia.
Da una parte grazie a Roberto Vannacci che la userà come architrave del suo nuovo partito.
E dall'altra per una proposta di legge di iniziativa popolare avanzata dal Comitato Nazionale Remigrazione e Riconquista, che vediamo è formato da:
1️⃣ CasaPound Italia
2️⃣ Rete dei patrioti
3️⃣ VFS
4️⃣ Brescia ai Bresciani
La proposta contiene 24 articoli, e premette che «non esiste un diritto intrinseco a migrare».
Istituisce un fondo per la remigrazione, così da sostenere il rientro volontario e assistenza al rientro degli stranieri regolari.
Questo fondo servirebbe a dare incentivi economici alle persone che vogliono ritornare nel loro Paese, compresi i corsi di orientamento professionale e programmi di reinserimento.
Scrivono che l'adesione formalmente è volontaria, però comporta la sottoscrizione di un patto che vieta il rientro in Italia.
A Febbraio aveva superato abbondantemente le 50 mila firme necessarie per essere presentate in Parlamento.
Ma difficilmente passerà, visto che, come ha calcolato Pagella Politica, negli ultimi 30 anni meno dell'1% delle proposte è poi arrivata in fondo all'esame parlamentare.
Ma il punto è più di comunicazione.
Sempre più partiti, a volte cavalcando vicende d'attualità, stanno facendo campagne per rivoluzionare le politiche di migrazione, secondo loro inadeguate per quella che magari chiamano «sostituzione etnica».
In questa lotta adesso vengono usate parole morbide e rassicuranti che secondo esperti, tipo Valerio Renzi, studioso dell'estrema destra, sarebbero una patina per lo «sdoganamento ulteriore di un approccio razzista alle politiche migratorie».