
Sergei bravtus l'ultimo dei White Eagles L'UOMO CHE LA MORTE NON LO RECLAMO (White Eagles pt.3)
Il Silenzio del Fango
Dopo ore di bombardamento ininterrotto, su Aquilus Magnus non era rimasto alcun suono. Il cielo, una volta saturo di missili, era ora una coltre di fumo nero e pioggia acida che cadeva su un paesaggio irriconoscibile. Sergei era sepolto. Non sotto una tomba di pietra, ma sotto una massa informe di fango radioattivo, frammenti di ceramite grigia e i resti martoriati dei suoi fratelli.
Il peso sopra di lui era opprimente: era la carne di coloro con cui aveva condiviso secoli di battaglie, ora ridotta a scudi inerti che, nel loro ultimo sacrificio, lo avevano riparato dalle esplosioni orbitali. In quel buio viscido, il sangue caldo dei caduti si mescolava alla melma gelida del pianeta.
Il Risveglio del Morto
Il primo segno di vita non fu un respiro, ma un tremore dei suoi servomotori danneggiati. Sotto il fango, Sergei riaprì gli occhi. Il suo visore era crepato, un display rosso sangue che segnalava ferite critiche: polmoni perforati, emorragie interne e sistemi vitali dell'armatura al collasso. Ogni fibra del suo corpo urlava di restare nell'oblio, di arrendersi a quella tomba collettiva.
Ma Sergei non poteva. Con una spinta lenta e agonizzante, iniziò a scavare. Le sue mani, con le nocche rinforzate ormai scheggiate dal combattimento e dal bombardamento, artigliarono il fango e le membra dei compagni. Emerse lentamente, come un fantasma che reclama la propria anima dal sottosuolo.
La Posa dell'Ultima Aquila
Quando finalmente riuscì a rompere la superficie, l'aria tossica del pianeta gli bruciò la gola, ma Sergei non cadde. Con un movimento istintivo e solenne, impugnò l'elsa della sua spada a catena. Non la usò per colpire, ma come un pilastro. La conficcò con forza nel terreno vulcanico, sentendo il metallo mordere la roccia sotto il fango.
Si trascinò in piedi, usando la spada come unico sostegno per le sue gambe tremanti. Mentre gli Apotecari dei Black Templars si avvicinavano tra le nebbie, videro questa sagoma spettrale: un guerriero ricoperto dal sangue dei suoi fratelli e dal fango del suo mondo natale, immobile, dritto, con lo sguardo perso nel vuoto ma ancora carico di una furia omicida inestinguibile.
Non era un sopravvissuto che cercava aiuto; era un guardiano che, pur essendo stato sepolto, si era rifiutato di morire finché non avesse visto la fine della minaccia. In quella posa eroica, Sergei Bravtus smise di essere un semplice veterano e divenne il monumento vivente dei White Eagles.