L'erosione morale attraverso i compromessi quotidiani trasforma l'individuo nel cattivo della propria storia, rendendo estraneo il proprio riflesso.
Continui e inevitabili sensi di colpa hanno dato nuove pieghe alle mie camicie. Sono riusciti a farmi vedere nel giallo la follia e nel nero l’ordinario, che se da pargolo me l’avessero detto, di certo mi sarei destreggiato meglio. Non sono Attila, non ho quella cattiveria così tangibile, ma di certo pio non son sempre stato. Mi sono reso il Capitan Uncino della vita di tanti Peter Pan e mi estenua pensare che i miei pretesti non reggano più; ora, alla sola rappresentazione mentale del gigante pianeta di consapevolezza, mi avvedo che nient’altro sono diventato rispetto a ciò che la mia traccia giovane disdegnava. Questo è un rammarico non indifferente; se dell’adulterio ne ho fatto pratica, mai e poi mai avrei pensato di violare il mio stesso santuario. Il mio senso di colpa quindi, scaturisce dalla vampata dei miei sbagli, non dalle sbavature verso chi mi sostiene, o sosteneva, ed è proprio per questa causa che mi sento un antagonista. Allora mi chiedo: quanti compromessi servono, alla fine, prima di iniziare a disprezzare il proprio riflesso?